Depressione resistente ai farmaci: che fare?

di Mario Nejrotti

Un articolo comparso all’inizio di aprile su  Medium.com , a firma di Maria Antonietta Nettis, psichiatra e ricercatrice presso il King’s College di Londra, porta l’attenzione sulle problematiche legate alla depressione e in particolare a quella che non risponde ai trattamenti con antidepressivi e sembra essere resistente ad essi (treatment- resistant-depression TRD).

L’autrice ricorda le motivazioni che l’hanno spinta ad esercitare la psichiatria. Troppe persone, secondo lei, non parlano dei loro disturbi mentali e i medici si sentono intimoriti a intraprendere la specializzazione in psichiatria per la labilità frequente dei confini della malattia psichica, la difficoltà di intraprendere e far accettare la terapia ai pazienti e la delusione quando le cure non sono efficaci.

Principale interesse di ricerca della dottoressa Nettis è la depressione e soprattutto quella

TRD in cui gli antidepressivi standard non funzionano.

La definizione clinica di depressione maggiore

La definizione di depressione clinicamente significativa è nota. Il soggetto presenta uno stato di tristezza persistente, accompagnato da disperazione e calo consistente dell’energia. Questa situazione soggettiva è accompagnata da disturbo nel comportamento sociale (i rapporti con gli altri sono problematici e si ha una diminuzione delle capacità lavorative o di apprendimento). Sono presenti sintomi fisici come inappetenza e insonnia.

Nell’articolo si ricorda che deve essere posta molta attenzione a non trattare con antidepressivi, che per altro, correttamente prescritti, sono farmaci “salva vita”, quei pazienti che manifestano “tristezza transitoria”, collegata agli eventi avversi della vita, in quanto totalmente inefficaci e accompagnati da importanti effetti collaterali, sia all’inizio del trattamento sia all’atto della sospensione.

Il 50% dei pazienti correttamente diagnosticati per depressione risultano non rispondenti alla somministrazione del primo antidepressivo. Però per essere definito come TRD il soggetto non deve rispondere a due o più antidepressivi consecutivi. Questi pazienti costituiscono secondo le diverse casistiche, il 20-30% dei casi.

Il problema della diagnosi corretta e del giusto dosaggio

Spesso non è corretta la valutazione clinica di depressione maggiore. Infatti molte volte si tratta di un disturbo bipolare, con periodi di umore depresso e altri di umore normale o euforico.

Farmaci stabilizzatori dell’umore, come il litio, in questi casi risultano i più indicati, mentre gli antidepressivi, in mono terapia, potrebbero anche risultare dannosi e scatenare un episodio maniacale.

Altro problema è l’aderenza ai dosaggi consigliati che troppo spesso vengono trascurati o per malintesa prudenza da parte dei curanti o per paura dai pazienti.

Ma se il paziente è TRD?

È bene non pensare che sia un soggetto incurabile, ma che esistono numerose strategie per prendersene cura.

In prima istanza, non basta fermarsi alla somministrazione di un paio di antidepressivi. Esistono almeno 30 specie di farmaci registrati per la cura di questa patologia con meccanismi d’azione differenti. È il caso di provarne, prima di arrendersi, un numero ragionevole.

Si deve procedere per “prova ed errore”, perché a priori nulla si sa sull’efficacia di quello specifico antidepressivo nel singolo paziente e in più si possono associare due antidepressivi insieme o adoperare altri farmaci,in precedenza usati per altri disturbi, come quello bipolare.

 Altro approccio suggerito dalla ricercatrice è l’associazione con la psicoterapia che pare essere di pari efficacia all’aggiunta di un altro farmaco. Ci si avvale generalmente di quella cognitivo-comportamentale, ma sono spesso usate anche l’attivazione comportamentale e la psicoterapia interpersonale.

La dottoressa Nettis, in casi molto particolari, accenna pure alla controversa e invasiva terapia elettroconvulsiva e alla “stimolazione magnetica transcranica.”

Ultime frontiere: il nuovo e il rischio

Per il futuro per questi pazienti appare possibile usare una nuova classe di farmaci derivanti da un anestetico generale (ketamina,da cui l’esketamina, in forma spray, approvato in marzo dalla FDA  )

Il farmaco sembra avere un effetto quasi immediato sulla depressione, ma le perplessità sono molte, proprio per la sua troppo rapida efficacia e la possibilità di indurre abuso e dipendenza. Sono comuni gli effetti collaterali simili a quelli di altri farmaci allucinogeni.

Dove va la ricerca?

L’autrice, concludendo, elenca anche le nuove tappe della ricerca sulla biologia della depressione che la confermerebbe sempre di più come un disturbo organico legato al ruolo del sistema immunitario e dell’infiammazione, di cui si  discute da anni, attivata dall’esposizione cronica allo stress, che coinvolgerebbe tutto il corpo e che quindi potrebbe rispondere ad interventi diversi sia farmacologici sia comportamentali: dalla nutrizione, al cambiamento degli stili di vita.

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