Il modello biopsicosociale per la salute: psicologia e biologia molecolare per migliorare la qualità di vita

Solitamente il panorama scientifico, e in modo più specifico quello medico, tende ad avere un approccio alla salute della popolazione di tipo biomedico, che prevede un distacco netto tra meccanismi biologici e processi psicosociali. Il modello biomedico abbraccia la filosofia meccanicistica della salute, dove il corpo rappresenta una macchina. Un “guasto” di questa macchina perfetta è quindi collegato a uno stato patologico, la cui genesi è associata a sua volta a processi biologici intrinseci. Nel complesso, l’approccio biomedico collega la malattia a un’unica causa.

Alla concezione appena descritta di salute, impermeabilizzata rispetto all’influenza dell’ambiente circostante, si contrappone il modello biopsicosociale, che rappresenta sia una filosofia di cura che una guida clinica pratica. A livello filosofico, questo modello comprende come la sofferenza e la malattia siano influenzate da più livelli di organizzazione, da quello più ampio definito dalla società, a quello più piccolo relativo ai processi molecolari. Nella pratica, invece, questo approccio dà la possibilità di comprendere le esperienze soggettive del paziente, contributo essenziale per un’accurata diagnosi, e le dovute cure. Secondo questo approccio, infatti, la relazione tra aspetti mentali e fisici della salute è molto complessa poiché l’esperienza soggettiva dipende, ma non è del tutto riconducibile, alle leggi della fisiologia.

Di fondamentale importanza in questo metodo, infatti, è l’approccio del clinico al paziente, promuovendo una relazione più propositiva e partecipativa. Nel tempo, il rapporto fra medico e paziente ha avuto un forte cambiamento, viste le nuove tecnologie e i nuovi approcci comunicativi che hanno permesso una maggiore consapevolezza dei pazienti stessi sul proprio stato di salute, portando i clinici a un rapporto probabilmente più empatico.

In campo psicologico l’approccio biopsicosociale è ampiamente analizzato. Molti studi hanno rilevato un collegamento tra le diverse tipologie di esperienze di vita e la complessa dinamica epigenetica, due fronti questi totalmente sconnessi secondo la teoria biomedica. Grazie al lavoro pionieristico della psicologa Elissa Epel e della biologa molecolare e premio Nobel Elisabeth Blackburn è emerso quanto l’impatto psicologico possa incidere su ciò che ci rappresenta di più al mondo: i nostri geni.

Con il loro libro “La scienza che allunga la vita. La rivoluzione dei telomeri”, Epel e Blackburn hanno creato un vero e proprio connubio di conoscenze definendo un nuovo paradigma dell’epigenetica: fattori come l’ottimismo, l’efficacia nel gestire lo stress psicosociale, la depressione, la pratica della meditazione (tutti aspetti studiati dalla dott.ssa Epel) influenzano le strutture cromosomiche che determinano la nostra longevità cellulare, cioè i telomeri (argomento di studio della dott.ssa Blackburn).

I telomeri rappresentano il nostro “orologio biologico cellulare” in quanto si accorciano a ogni divisione cellulare, e nel libro le studiose spiegano come queste strutture, presenti alla base dei nostri cromosomi, siano modificate a livello epigenetico da fattori come alimentazione, sonno, attività fisica e, di non poco conto, determinati aspetti psicologici. La velocità con la quale avviene questo accorciamento implica un cambiamento del ritmo di invecchiamento dell’organismo.

In sostanza, un trauma psicologico vissuto da un paziente, uno stato di stress cronico o la depressione incidono non solo sulla sua psiche ma anche sul livello fisiologico e cellulare e, sostenendo il paziente anche sul piano psicologico, si realizza il paradigma proposto dalla dinamica epigenetica dei telomeri che andrebbe a migliorare la sua longevità e, soprattutto, la sua qualità di vita.