Disturbi psichiatrici in carcere: tutela del diritto alla salute

Come sappiamo, l’Articolo 32 della Costituzione Italiana definisce la salute come diritto fondamentale dell’individuo che la Repubblica ha il dovere di tutelare. È necessario, quindi, che il diritto alla salute rimanga tale anche in circostanze di particolare criticità, come può essere quella del carcere, dove i diritti individuali sono compressi e mettono il detenuto in una condizione di totale dipendenza per qualsiasi gesto della vita quotidiana.

In particolare, i disturbi mentali gravano pesantemente sulla salute dei detenuti essendo il carcere, solitamente, un luogo incompatibile con la tutela della stessa, soprattutto se si tratta di disturbi di elevata entità. Anche l’Organizzazione Mondiale della Salute ha preso in considerazione il carattere patogeno dell’ambiente carcerario definendolo “per sua natura, normalmente nocivo alla protezione o al mantenimento della salute mentale di coloro che entrano in carcere e ivi sono detenuti”.

In Italia, la questione è resa ancor più spinosa, in primo luogo, dal cosiddetto “doppio binario”, ovvero il diverso trattamento penale cui possono essere sottoposti gli autori di reato aventi problematiche psichiatriche: da una parte, i “folli rei”, giudicati non imputabili per vizio di mente (totale o parziale) e quindi prosciolti e sottoposti a misure di sicurezza in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), dall’altra i “rei folli” giudicati imputabili e condannati al carcere che, dopo aver sviluppato un disturbo psichiatrico grave o in seguito al peggioramento di uno stato patologico già presente, vengono trasferiti in OPG. In secondo luogo, l’adattamento legislativo sulla questione ha avuto una battuta d’arresto in seguito alla legge 81/2014, che ha previsto la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), ora sostituiti dalle Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza (REMS) che ospitano i “folli rei”. Non si può dire lo stesso per i soggetti imputabili ai quali, dopo l’entrata in vigore della legge, è stato negato il diritto di tutela, non essendo presente una chiara normativa che stabilisca la loro incompatibilità con l’ambiente carcerario tale da reindirizzarli verso misure terapeutiche alternative.

Per le ragioni appena elencate, il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), nello scritto “Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere” pubblicato il 22 marzo 2019, ribadisce a gran voce la necessità di assicurare modalità umane di detenzione come forma basilare di salvaguardia della salute mentale nel contesto carcerario, che rispettino la dignità dell’individuo offrendo un trattamento con finalità formative e di lavoro in vista di un nuovo inserimento nella società. Il CNB raccomanda, inoltre, che la cura dei soggetti con grave disturbo mentale che abbiano commesso reato avvenga in strutture terapeutiche presenti sul territorio e non in complessi detentivi, al fine di assicurare la stessa tutela della salute di cui godono le persone fuori dal carcere.

Già nel 2013, la stessa CNB si è pronunciata sul tema della salute in carcere con il documento “La salute dentro le mura” definendo la salute mentale come un punto altamente problematico su cui porre particolare attenzione.

In aggiunta, il Comitato ha introdotto alcune innovazioni normative di tutela sia di coloro giudicati imputabili e condannati che di coloro dichiarati non imputabili e prosciolti. Nello specifico: “Il rinvio della pena quando le condizioni di salute psichica risultino incompatibili con lo stato di detenzione in analogia con quanto previsto dagli art. 146 e 147 per la compromissione della salute fisica; la previsione di specifiche misure alternative per i soggetti che manifestano un’infermità psichica in carcere; l’introduzione di Sezioni Cliniche in carcere a esclusiva gestione sanitaria; una più incisiva riforma delle misure di sicurezza, per limitare il ricorso alla misura di sicurezza detentiva”.