HPV: vaccini bivalenti efficaci anche per l’effetto gregge

di Mario Nejrotti

 Le discussioni sull’efficacia ed innocuità dei vaccini sono ancora all’ordine del giorno.

La corrente di pensiero No Vax continua a fare un insano rumore, alimentato, in vicinanza di elezioni Europee e locali, dall’insaziabile fame di voti dei nostri  governanti e amministratori,  che spesso per conservare o conquistare altro potere, non si fermano di fronte a nessuno scrupolo.

Ma le notizie che giungono dai ricercatori dell’Università di Edimburgo, pubblicate sul BMJ  e che aprono la strada  a nuove prove di efficacia e  di prevenzione del tumore della cervice uterina, attraverso la vaccinazione contro l’HPV, dovrebbero indurre tutti coloro che cavalcano pregiudizi  e irragionevoli paure ad evitare di contribuire a danneggiare la salute dei cittadini e a rendersi indiretti complici di morti evitabili.

In Scozia, paese dove si è istituita da anni una vaccinazione di massa contro il papilloma virus, riguardante le ragazzine di 12-13 anni, con possibilità di recuperare anche quelle fino a 18 anni, i ricercatori hanno osservato i risultati della vaccinazione sulla diminuzione della comparsa a distanza di anni, di lesioni precancerose del collo dell’utero.

Già lavori precedenti avevano indicato che la vaccinazione contro i due ceppi più aggressivi dal punto di vista tissutale, il 16 e il 18, responsabili di oltre il 70% della malattia invasiva conclamata, risultava molto efficace nella sua prevenzione.

Ma, ha dichiarato Tim Palmer , primo firmatario del lavoro dell’Università scozzese, mancano dati di popolazione sulla efficacia della vaccinazione di routine.

I ricercatori hanno tratto le giovani donne da inserire nella ricerca, dai registri di vaccinazione e da quelli di screening  compresi tra gli anni 1988 e 1996. Sono state selezionate 138.692 donne , appartenenti alle seguenti classi di età: donne non vaccinate, nate tra il 1988 e il 1990; donne ritenute idonee per la vaccinazione di recupero tra i 14 e i 17 anni, nate dal 1991 al 1994 e, per ultime, le donne che erano state già inserite nella vaccinazione di routine tra il 1995 e il 1996.

Il raffronto tra le donne che risultavano non vaccinate nel 1988-90 e quelle vaccinate di routine, all’età di 12-13 anni, mostrava una riduzione nelle seconde rispetto alle prime dell’89% di lesioni CIN (Neoplasia Intraepiteliale Cervicale) di grado 3 o maggiore; una riduzione di lesioni CIN di grado 2 o maggiori e del 79% di lesioni CIN di grado 1.

L’età più precoce della vaccinazione mette in evidenza una maggiore protezione contro l’infezione, con conseguente aumento di efficacia del vaccino.

Per ultimo dato non scontato, anche se dal valore intuitivo, le donne non vaccinate hanno dimostrato in questa osservazione una maggiore resistenza alla malattia, indicando un possibile effetto di gregge protettivo, anche se i ricercatori sono prudenti e, pur considerando validi i loro risultati, ammettono la possibilità che ci siano elementi distorcenti, che porterebbero ad una sovrastima di efficacia.

Per altro in un  Editoriale uscito sempre sul BMJ , Julia Brotherton, della  VCS Foundation, in Australia,  

 ha affermato che non solo i risultati ottenuti dall’Università di Edimburgo dimostrano una notevole efficacia del vaccino nel singolo individuo, ma anche una estensione di azione protettiva sulla popolazione più in generale.

Inoltre, dal punto di vista organizzativo e della ricerca clinica, il lavoro scozzese dimostra anche l’utilità di registri nazionali integrati, che possono raccogliere dati di elevata qualità, derivanti da programmi di screening e di vaccinazione, rendendo più proficuo il loro utilizzo.