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La democrazia fa bene alla salute?

di Luca Mario Nejrotti

La democrazia è ufficialmente riconosciuta dalla maggioranza delle nazioni a livello mondiale come miglior sistema di governo, sin dall’antichità, ma un gruppo di ricercatori ha voluto anche valutarne le ricadute sulla salute della popolazione.

Tra il dire e il fare.

Si fa presto a dire “democrazia”: anche se moltissimi stati pretendono di essere democratici, l’indagine 2018 del “The Economist” svela la pretenziosità di questa affermazione (vedi e vedi).

Di 166 nazioni esaminate in tutto il mondo, soltanto 19 sono pienamente democratiche (14 in Europa): Italia e Stati Uniti, ad esempio, si collocano tra le democrazie imperfette. Prime al mondo, senza sorprese, sono Norvegia, Islanda e Svezia, mentre, forse meno prevedibile, segue la Nuova Zelanda. Dalla quinta posizione in poi abbiamo Danimarca, Canada, Irlanda, Finlandia, Australia e Svizzera (vedi).

I parametri del Democracy Index del “the Economist” sono: elezioni nazionali libere ed eque, sicurezza degli elettori, l’influenza delle potenze straniere sul governo, la capacità dei dipendenti pubblici di attuare le proprie politiche.

Salute e democrazia.

La recente ricerca pubblicata su the Lancet (vedi) da un gruppo di studiosi di diverse università, principalmente statunitensi, ha sottolineato come le precedenti analisi della democrazia e della salute della popolazione si siano concentrate su ampie misure, come l’aspettativa di vita alla nascita e la mortalità materno-infantile, e abbiano mostrato alcuni risultati contraddittori. Per queste ragioni, il loro studio ha utilizzato un panel di dati che copre 170 paesi per valutare l’associazione tra democrazia e mortalità per causa specifica ed esplorare i legami che collegano il regime democratico ai benefici per la salute.

Si è quindi proceduto a esaminare i dati di mortalità per causa specifica e le stime di aspettativa di vita prive di HIV dal Global Burden of Diseases, Injuries e Risk Factors Study 2016 e informazioni sul tipo di regime dal progetto Varieties of Democracy, andando a coprire 170 paesi per 46 anni. Le informazioni sono state incrociate con il prodotto interno lordo (PIL) pro capite, le stime di Assistenza allo sviluppo per la salute a partire dal 1990 e le stime di spesa sanitaria nazionale a partire dal 1995.

Risultati.

L’aspettativa di vita libera da HIV all’età di 15 anni è migliorata significativamente durante il periodo di studio (1970-2015) nei paesi in transizione verso la democrazia, in media del 3% dopo 10 anni. L’esperienza democratica sembra collegata al 22-27% della varianza della mortalità da malattie cardiovascolari, 16-53% per tubercolosi e 17-78% per lesioni da trasporto, e una percentuale minore per altre malattie incluse nello studio. Per le malattie cardiovascolari, le ferite da incidente, i tumori, la cirrosi e altre malattie non trasmissibili, l’esperienza democratica è più della variazione della mortalità rispetto al PIL. Negli ultimi 20 anni, l’aumento dell’esperienza democratica nella media dei Paesi ha avuto più effetti diretti e indiretti sulla riduzione della mortalità che il PIL.

La rimozione di elezioni libere ed eque dalla variabile democratica sembra aver comportato la perdita di associazione con la mortalità standardizzata per età da malattie non trasmissibili e lesioni.

Conclusioni.

Dallo studio sembrerebbe che quando vengano applicate elezioni libere ed eque, le democrazie abbiano più probabilità delle autocrazie di portare a guadagni di salute.

Le agenzie sanitarie internazionali e i donatori, quindi, potrebbero dover sempre più considerare le implicazioni del tipo di regime nei loro sforzi per massimizzare i benefici per la salute.

Fonti.

https://www.tpi.it/2018/02/03/nel-mondo-ci-sono-solo-19-paesi-pienamente-democratici/

http://www.eiu.com/home.aspx

https://en.wikipedia.org/wiki/Democracy_Index

https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(19)30235-1.pdf