Condivisione dei casi clinici nell’età di Twitter

di Luca Mario Nejrotti

I social media hanno contribuito a rendere le nostre connessioni interpersonali sempre più rapide, efficaci e, a volte, invadenti. Ovviamente ciò ha avuto un’influenza anche sul modo di fare medicina.

Condivisione di casi clinici.

In un recente articolo su “The American Journal of Medicine” (vedi) si cerca di mettere in guardia sui rischi connessi all’ampio uso di Twitter e altri social media per condividere le informazioni sui propri pazienti e i casi clinici. I vantaggi non sono pochi, e ne abbiamo parlato (vedi), ma i problemi, in prospettiva possono essere anche molto gravi.

I medici, da sempre, condividono le storie dei propri pazienti e cercano il confronto con colleghi e superiori. Si parte dagli aneddoti casuali condivisi tra colleghi, per proseguire con case report formali pubblicati su riviste per giungere a racconti romanzeschi in forma di memorie.

Nell’ultimo decennio, i case report hanno trovato un nuovo mezzo di condivisione nei social media, in particolare Twitter. Questa pratica, però, su piattaforma pubblica e interattiva, solleva questioni che erano irrilevanti in passato e gli autori suggeriscono che i rischi di condividere i casi in questo modo siano molti contro i pochi benefici.

Tutela della privacy.

Data la facilità di postare dati, video, immagini, articoli, non sorprende che le storie dei pazienti compaiano su Twitter, nei casi più dettagliati si trovano storie, esami fisici, ECG, video di procedura e immagini di radiologia. Tutto questo alla luce del sole e con il consenso dei pazienti che spesso accettano di condividere le proprie storie.

Medici e tirocinanti leggono casi interessanti in un’impostazione che consente la discussione asincrona. I pazienti ottengono informazioni su cosa pensano i medici. Il medico potrebbe ottenere nuove conoscenze sul caso e il paziente potrebbe, a propria volta, trarne beneficio.

Tuttavia, c’è il problema della privacy del paziente. Troppo spesso si presume il consenso a condividere il caso di un paziente su Twitter o ci si limita a un accordo verbale.

Però i dati restano potenzialmente “catturati” indefinitamente nel web.

E anche quando i medici mascherano i dati anagrafici, vi sono secondo gli autori altre informazioni, come il tempo e il luogo dell’incontro con il paziente o le caratteristiche insolite di una presentazione, che potrebbero identificarlo.

Medicina nel villaggio globale.

Più gravi, per gli autori, sarebbero altri problemi, più delicati e legati alla psicologia della comunicazione di massa: i post pubblicati sui social media promuoverebbero pratiche non basate su prove. Mentre un caso condiviso da un medico con un collega potrebbe influenzare la pratica di un singolo, un caso condiviso su Twitter può essere visto e influenzare la pratica di migliaia di medici. I casi che diventano popolari sui social media sono spesso quelli in cui una diagnosi insolita si presenta come una comune. È probabile che questi casi stimolino per esempio esami inutili, una tendenza, quella della “malattia rara”, che è già diffusa sui social media.

La condivisione dei casi può anche alterare la valutazione dei pazienti da parte dei medici. Nei giorni pre-twitter i medici dovevano preoccuparsi se le loro azioni venivano indebitamente influenzate dall’ultimo paziente che vedevano (pregiudizio dell’immediatezza). Ora la mole di possibili influenze e distrazioni è moltiplicata esponenzialmente e quando i post sono twittati da medici di chiara fama, è ancora peggio: la medicina, però, non può essere praticata sulla base dell’ultimo aneddoto ascoltato o dei casi clinici più ritwittati sul web.

Rapporto medico-paziente.

Infine, Twitter sembra poter creare problemi nel rapporto tra medico e paziente: per esempio, il semplice fatto che alcuni medici condividano spesso casi può portare i pazienti che sono su Twitter a essere più reticenti a condividere informazioni strettamente custodite.

Infine, i medici devono essere estremamente attenti nei contenuti che condividono e nel modo in cui lo fanno: i messaggi possono facilmente uscire dall’ambito professionale e circolare in altri contesti dove potrebbero risultare offensivi o scioccanti: l’ampia portata e l’enorme audience di Twitter significano che devono essere applicati diversi standard di autocontrollo.

Fonti.

http://www.torinomedica.org/torinomedica/?p=22772

https://www.amjmed.com/article/S0002-9343(19)30329-8/abstract