Ricerca: riviste predatorie e pubblicazioni inutili bruciano ogni anno risorse e credibilità

di Luca Mario Nejrotti

Una recente ricerca ha calcolato che in Italia si buttano circa 2,2 milioni di euro per pubblicazioni su riviste che fingono di essere scientifiche: le riviste scientifiche predatorie.

Un giro d’affari pernicioso.

Il meccanismo è semplice: ricercatori e atenei ricevono tanti più riconoscimenti e risorse tanto più in vista sono i risultati delle ricerche che portano avanti; i concorsi per scienziati richiedono un certo numero di pubblicazioni per ottenere punteggi concorrenziali. La domanda di pubblicare è diventata sempre più pressante, parallelamente alla progressiva riduzione delle risorse destinate alla ricerca, andando ad incontrare l’offerta di riviste che, in cambio di un modesto contributo per la revisione, assicurano la pubblicazione, garantendo ufficialmente il rispetto dei rigorosi standard scientifici richiesti.

Un malcostume che fa piacere a molti.

Il recente studio, portato avanti da Sylos-Labini dell’Università di Pisa e dai i suoi colleghi dell’Università di Warwick (Inghilterra) e di Aalto (Finlandia) ha analizzato le domande di partecipazione dei circa 46mila professori e ricercatori italiani alla prima edizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale del 2012, ricavandone i dati relativi alle pubblicazioni (vedi).

La ricerca ha evidenziato che circa 6000 articoli su 1,8 milioni sono stati pubblicati su riviste predatorie, con un costo stimato di 2,2 milioni di euro.

Ci sono differenze nei diversi settori di ricerca: le riviste predatorie proliferano dove il panorama editoriale è più vasto e confuso, mentre molte discipline hanno un numero limitato di riviste di riferimento, tradizionalmente autorevoli. La maggior parte delle pubblicazioni predatorie interessa il settore del management, dell’economia e della finanza, ma sembra che lo spreco di risorse maggiore risieda in medicina, “dove i ricercatori possono arrivare a spendere fino a 2.500 dollari (oltre 2.200 euro) per pubblicare un singolo articolo”.

Buona fede?

La maggioranza dei ricercatori che hanno risposto al questionario anonimo che accompagnava la ricerca dichiara di essere stato tratto in inganno dalle promesse di scientificità delle riviste, ma altri, forse più sinceri, ammettono di avere approfittato della mancata verifica delle proprie pubblicazioni per ottenere punteggi maggiori.

Danno più generale.

Il danno economico (i fondi necessari a pagare le pubblicazioni provengono per la maggior parte dai fondi per la ricerca) è solo uno degli aspetti del problema (vedi): le riviste predatorie sono tantissime in tutto il mondo e il panorama è in continua evoluzione, tanto da rendersi necessario creare liste di “proscrizione” ed elenchi di riviste autorevoli.

Il danno non si limita al pagamento del contributo per la peer review: ricerche autorevoli pubblicate su riviste predatorie perdono di credibilità e quindi le risorse investite in esse sono buttate. Inoltre, la circolazione di articoli poco accreditati contribuisce a creare sfiducia nel valore della ricerca.

Fonti.

https://www.nature.com/articles/s41586-019-1099-1

https://www.nature.com/articles/d41586-019-01169-8?WT.ec_id=NATURE-20190418&utm_source=nature_etoc&utm_medium=email&utm_campaign=20190418&sap-outbound-id=68D6AF8C29765F64C201FCD259B88941CD049B03&mkt-key=005056B0331B1ED88A99E917FE66F6DC