Allarmi sul clima. I giovani attivisti insegnano

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“L’attivismo degli studenti contro il cambiamento climatico è una lezione per noi professionisti sanitari”. “Dovremmo prendere esempio dalle loro azioni e impegnarci al loro fianco”. Lo afferma The BMJ in una serie di articoli, a partire da un editoriale a più mani firmato fra gli altri dalla direttrice, Fiona Godlee, e dal precedente direttore, Richard Smith (1).

Gli allarmi sul clima non mancano e sono sempre più seri. Ma le azioni languono, e continuiamo a vivere nell’illusione che non ne saremo toccati: non qui, non ora, e comunque non noi. Ma se questa è un’illusione per noi adulti, lo è ancor più per i giovani, che subiranno appieno l’impatto del clima stravolto. Da loro, non a caso, stanno partendo le azioni più decise. Come il movimento avviato da Greta Thunberg, la sedicenne svedese che l’anno scorso iniziò ogni venerdì a saltare la scuola e protestare davanti al Parlamento del suo paese; ed Extinction Rebellion, il movimento britannico che da mesi occupa le strade di Londra chiedendo al governo azioni vigorose.

“I professionisti sanitari e le loro organizzazioni devono sostenerli e imparare da loro, trovando modi più efficaci per far capire al pubblico e ai politici che il cambiamento climatico è di gran lunga la più grande minaccia alla salute umana mai affrontata”, afferma il BMJ. “Con le loro proteste incessanti, Thunberg e gli altri studenti hanno mostrato una dedizione che altri gruppi, inclusi i professionisti sanitari, non hanno raggiunto. Nonostante gli sforzi delle organizzazioni sorte a questo scopo, come la Global Climate and Health Alliance, la Lancet Countdown on Health and Climate Change o la UK Health Alliance on Climate Change, il nostro impegno è rimasto frammentario, intermittente e sottotono”. Ma ora non si può più aspettare. “I professionisti sanitari devono far proprie le richieste di studenti e attivisti”, fare pressione sui governi, e votare solo candidati che diano priorità al cambiamento climatico.

Fra chi ha già raccolto l’appello c’è Alex Armitage, pediatra al Queen Alexandra Hospital di Portsmouth, che in un altro articolo (2) racconta il suo impegno al fianco di Extinction Rebellion. Nonostante decenni di allarmi e di mobilitazioni – premette Armitage – si è ottenuto poco. La consapevolezza pubblica è cresciuta, ma i governi non fanno abbastanza e, se nulla cambia, tra pochi anni supereremo la soglia critica di 1,5°C di riscaldamento planetario. “I metodi di protesta tradizionali sono falliti. Serve un nuovo approccio”, scrive. Come appunto la disobbedienza civile non violenta praticata da Extinction Rebellion, per chiedere una decarbonizzazione dell’economia e l’istituzione di assemblee di cittadini per prendere quelle decisioni difficili di cui i politici eletti sono restii a farsi carico.

Il modello è valido, assicura Armitage: le ricerche sociologiche mostrano come la resistenza non violenta non sia solo una scelta etica ma anche una strategia con solide prove di efficacia, documentate dai numeri. Per dirne una, fra il 1900 e il 2006 ha avuto successo il 53% delle campagne non violente di attori non statali verso gli stati, contro il 26% di quelle con uso della violenza.

I rischi per la salute pubblica posti dalla Brexit diventano insignificanti rispetto a quelli dell’inazione sul cambiamento climatico”, ricorda Armitage. Perciò egli stesso, “come pediatra e padre di un bambino piccolo”, partecipa alle azioni di Extinction Rebellion con funzioni di supporto e assistenza medica.

Sulla stessa linea sono Anya Göpfert e Maria Van Hove, specializzande in medicina (3). “Noi pensiamo passivamente che i giovani saranno ‘la speranza che salverà il mondo’. Ma se ci comportiamo in questo modo, a quei giovani non resterà molto da salvare. Chi ha il potere di agire oggi siamo noi adulti, quindi spetta a noi farlo”. Anche per sostenere le iniziative come gli scioperi scolastici che altrimenti rischiano di spegnersi senza effetti concreti.

“Ora è il momento in cui i professionisti sanitari devono unire la loro voce a questo movimento, trovando i modi per comunicare al governo l’urgenza della situazione”. Ma oltre alle pressioni sui governi, molto si può fare anche sul piano individuale. I medici godono di ampia fiducia nella società e i loro messaggi trovano largo ascolto. Perciò “tutti noi possiamo usare questo ruolo privilegiato per accrescere la comprensione della crisi e il bisogno di chiedere interventi al governo, per esempio informando i nostri assistiti su questi temi”. Anche il servizio sanitario, dal canto suo, può fare molto per ridurre le proprie emissioni (le iniziative britanniche sono qui: https://www.sduhealth.org.uk), e questo è quindi un altro fronte su cui agire per chi vi opera.

A chi dovesse disperare che azioni simili portino risultati, il BMJ cita l’antropologa culturale Margaret Mead: “Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi e impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta”.

 

Bibliografia

  1. Stott R, Smith R, Rowan W, Godlee F. Schoolchildren’s activism is a lesson for health professionals. BMJ 2019; 365: l1938
  2. Armitage A. We have just 11 years to avert ecological and social disaster. BMJ Opinion, 11 aprile 2019.
  3. Göpfert A, Van Hove M. Climate change: young people have recognised the impact that our inaction will have on their futures. BMJ Opinion, 1marzo 2019.

 

La foto in alto “Parliament House School Strike for Climate Action Canberra” è di Olia Balabina. Flickr CC