Spreco alimentare: un problema umanitario, ambientale ed economico

di Luca Mario Nejrotti

Una recente campagna di Linkiesta propone, come tema di riflessione per i decisori politici europei, sei tematiche ambientali; la prima riguarda lo spreco alimentare: una piaga sul piano etico, ma anche economico e ambientale.

La proposta di Linkiesta.

Tra le sei tematiche proposte all’Unione Europea sul piano dell’ecologia vi è la gestione dei rifiuti industriali e commerciali, delle batterie esauste, delle microplastiche impiegate senza controllo in cosmesi, del consumo del suolo, della decarbonizzazione e dello spreco alimentare (vedi).

A questo riguardo, leggiamo: “La prima proposta è quella sullo spreco alimentare, un tema fondamentale in un continente che produce meno cibo di quello che consuma e nel quale le disuguaglianze sociali crescono di anno in anno. Nella scorsa legislatura europea, all’interno del pacchetto sull’economia circolare, sono già state inserite, per la prima volta, misure obbligatorie di prevenzione. Più precisamente, dice il Parlamento, la Commissione Europea dovrà valutare entro il 2023 la possibilità di ridurre del 50% lo spreco alimentare entro il 2030. A mancare tuttavia è la definizione armonizzata del problema e una metodologia di calcolo dello spreco. In assenza di esso, nessuna politica può essere portata a termine. Ai candidati chiediamo di farsi carico della definizione di tale metodologia, affinché questo ottimo proposito non rimanga sulla carta.”

Problema di metodo.

Che cosa è lo spreco alimentare? La definizione si integra con quella di perdita di cibo, vale a dire “la riduzione non intenzionale del cibo destinato al consumo umano che deriva da inefficienze nella catena di approvvigionamento: infrastrutture e logistica carenti, mancanza di tecnologia; competenze, conoscenze e capacità gestionali insufficienti.  Avviene soprattutto nella fase di produzione, di post raccolto e di lavorazione dei prodotti, per esempio quando il cibo non viene raccolto o è danneggiato durante la lavorazione, lo stoccaggio o il trasporto e viene smaltito”, mentre con spreco si indica “lo scarto intenzionale di prodotti commestibili, soprattutto da parte di dettaglianti e consumatori, ed è dovuto al comportamento di aziende e privati.

Con il termine sperpero alimentare si fa riferimento alla combinazione dei due termini precedenti”, (vedi).

Non si tratta soltanto di definirne i parametri a livello europeo: in realtà anche nel quotidiano c’è una grande confusione se, sempre secondo Linkiesta (vedi), 4 Italiani su 5 nel 2017 pensavano che si trattasse di un problema della grande distribuzione, degli ospedali, delle mense scolastiche.

In realtà, per la FAO, il 54% dello spreco alimentare avviene tra le mura domestiche. In particolare, si tratta di quei prodotti di cui si lascia trascorrere la data di scadenza e che vengono perciò buttati.

Danni ingenti.

Lo spreco alimentare è tale che sarebbe sufficiente a risolvere il problema della fame nel mondo, si pensi ai 43 milioni di cittadini che nell’Unione europea non possono permettersi un pasto completo ogni due giorni; esso costituisce un costo umanitario, ma anche economico. Infatti, le cifre parlano di uno spreco che è quantificabile in 15,5 miliardi di euro l’anno, di cui 8,5 dovuti a sprechi domestici.

Il danno ambientale è poi incredibile: oltre allo sperpero di risorse idriche, energetiche, agricole e umane nella produzione, c’è poi un carico annuale di 24,5 milioni di tonnellate di CO2.

Possibili soluzioni.

La strada per ridurre del 50% lo spreco alimentare entro il 2030 passa attraverso l’educazione alimentare dei singoli: comprendere che la mela ammaccata può essere ugualmente squisita e che non va buttata, che il cestino degli avanzi al ristorante non è una cosa “da poveracci” e che la spesa va fatta nella consapevolezza delle esigenze reali giorno per giorno e non ogni volta come se ci si preparasse a resistere a una apocalisse zombi (e anche in quel caso eccedere con i prodotti freschi sarebbe uno stupido spreco); si tratta di piccoli passi, ovvi per qualcuno, ma ancora straordinariamente difficili per la maggioranza degli Italiani, che pur adorando il cibo fino a livelli caricaturali, non esitano a sperperarne senza alcun senso di colpa.

Dall’altra parte, in tutto il mondo lungo la filiera di produzione e di distribuzione stiamo assistendo a importanti miglioramenti, in parte dovuti all’innovazione tecnologica.

Per esempio, è comune l’uso di database in rete per evidenziare i prodotti invendibili, ma ancora commestibili, e reindirizzarli verso le realtà sociali e caritatevoli.

Altri software monitorano i rifiuti per indicare ai gestori di ristoranti e attività di ristorazione i prodotti di cui hanno più bisogno i clienti e quelli che vanno sprecati. Nell’ambito della ricerca, ad esempio, in Baviera si sta finanziando uno scanner a infrarossi che permetta di controllare tramite smartphone la deperibilità del cibo e convincere quei consumatori che non comprano alcuni alimenti perché brutti esteticamente.

La tecnologia può essere anche utile in ambito domestico, dai contenitori che cambiano colore con l’avvicinarsi della data di scadenza alle app che avvisano gli assistenti sui cellulari o nei sistemi domotici di quei prodotti che stanno per scadere.

Per quanto riguarda il rapporto con la grande distribuzione, stanno venendo introdotte in Italia applicazioni che permettono ai gestori di ristoranti, bar, forni e supermercati di vendere online una Magic box, ovvero un sacchetto con una selezione delle proprie eccedenze considerate invedibili ma in realtà ancora commestibili: per ogni Magic Box si dovrebbe evitare l’emissione di 2 chilogrammi di CO2. Finora hanno aderito Carrefour, Exki e Eataly (a Milano, vedi).

 

Fonti.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/04/12/sei-proposte-ambiente-linkiesta-elezioni-europee/41792/

http://www.fao.org/news/story/it/item/196466/icode/

https://www.carrefour.it/Azienda/UfficioStampa/Too-Good-To-Go