Il conflitto di interessi tra pregiudizi e consapevolezza

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Fiona Gillison non immaginava che quello studio avrebbe potuto influire sulla sua carriera. Era una giovane ricercatrice, incoraggiata dai colleghi senior, aveva scelto di partecipare a un interessante studio internazionale sui determinanti multipli dell’obesità infantile. Sull’oggetto della ricerca nulla da ridire – quello dell’obesità e dei comportamenti alimentari continua ad essere il cavallo di battaglia di Gillison che ora è responsabile del Department for Health della University of Bath, in Gran Bretagna,  oltre a ricoprire la carica di vicedirettore del Centre for Motivation and Behaviour Change. Il caveat – spiega Gillison sul BMJ – era la natura del finanziamento che proveniva dalla Coca-Cola Foundation (1).  “Mi era stato detto che la sponsorizzazione non avrebbe influito sul progetto di ricerca, sulla conduzione dello studio né sulla pubblicazione dei risultati. Tuttavia a distanza di otto anni avevo realizzato che queste non erano le sole considerazioni che avrei dovuto fare”. Avrebbe infatti dovuto valutare il pregiudizio morale sui conflitti di interessi derivanti dai finanziamenti privati della ricerca scientifica.

 È, infatti, pur vero che spesso gli interessi economici giocano un ruolo importante nella produzione e disseminazione delle evidenze, anche nell’ambito della ricerca nutrizionale che indaga sulla relazione tra alimentazione o stato di salute della persona e della popolazione. La stessa Margaret Chan, quando era direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, aveva avvisato i governi e cittadini che questi interessi possono influenzare le politiche di sanità pubblica che minano i prodotti. “Oggi a convincere le persone a condurre stili di vita sani e adottare comportamenti salubri ci si scontra con forze che non sono così amiche. Anzi non lo sono per niente. Gli sforzi per prevenire le malattie croniche vanno contro gli interessi commerciali di potenti operatori economici. […] E non si tratta solo dell’industria del tabacco (Big Tobacco). La sanità pubblica deve fare i conti con l’industria del cibo (Big Food), delle bevande gassate (Big Soda) e alcoliche (Big Alcohol). […] Come abbiamo imparato dall’esperienza del tabacco, l’industria può vendere al pubblico proprio ogni cosa” (2). 

E non sembra essere da meno la Coca-Cola, le cui scarse trasparenza e influenza sulla produzione di evidenze sono state messe in discussione (3). Per esempio si è venuto a sapere che il colosso delle bibite zuccherate finanzia la Global Energy Balance Network, un’organizzazione accademica che promuove l’attività fisica come il metodo più efficace di controllo calorico per prevenire l’obesità, senza prendere posizione sull’eccessiva assunzione di calorie tramite le bevande zuccherine (4). Secondo uno studio, pubblicato lo scorso anno su Public Health Nutrition, la Coca-Cola avrebbe finanziato la pubblicazione di 389 articoli su 169 riviste dal 2008 al 2016, la maggior parte dei quali riguardava l’attività fisica; ma non tutti gli autori di queste pubblicazioni comparivano nella lista “trasparente” della ditta (5,6).

Un articolo pubblicato recentemente sul Journal of Public Health Policy (7) che ha passato al setaccio 87.013 pagine di documenti relativi ai rapporti stipulati dalla Coca-Coca con numerosi centri di ricerca in tutto il mondo, tra cui alcune istituzioni pubbliche negli Stati Uniti e in Canada, aggiunge che il colosso di Atlanta non rispetterebbe la propria dichiarazione sulla trasparenza. Per esempio, nei contratti di finanziamento è previsto che Coca-Cola possa ottenere in anteprima i risultati della ricerca e decidere di interrompere lo studio in corso violando così il cosiddetto principio del sostegno incondizionato. Inoltre alcune clausole permettono alle due parti di svincolarsi dall’obbligo di rendere sempre note le fonti di finanziamento in tutte le pubblicazioni e le presentazioni pubbliche dei dati. “La mancanza di informazioni attendibili sui dettagli del ruolo dell’industria e sugli studi terminati anticipatamente diventa impossibile sapere quanta parte della ricerca pubblicata riflette le posizioni e gli obiettivi dell’industria”, commentano gli autori. “È fondamentale che professionisti e studiosi siano in grado di valutare i condizionamenti. Sappiamo che le persone hanno meno fiducia negli studi finanziati dalle industrie e si accostano a questi studi con maggiore sospetto circa i pregiudizi”.

Un legame con l’industria ha delle ripercussioni negative sulla percezione della ricerca e, conseguentemente, mina l’affidabilità della ricerca quale legittima fonte di conoscenza (8). E questi stessi pregiudizi – più che leciti e comprensibili – rischiano di minare la carriera di un giovane ricercatore e persino di comprometterne l’integrità accademica, anche in futuro. Gillison racconta infatti sul BMJ che secondo alcuni sui colleghi – che stima – “l’aver partecipato a una ricerca sull’obesità finanziata dalla Coca-Cola resta un rischio di bias per tutte le mie ricerche future. Per alcuni non dovrei continuare a lavorare sull’obesità e per altri potrei persino mettere a rischio la carriera degli studenti con cui pubblico le mie ricerche”.  

Ma come lei stessa ammette, quando aveva accettato di partecipare a quello studio era impreparata al prolungato contraccolpo e ai suoi effetti sulla sua carriera. “All’inizio della propria carriera le scelte su dove andare a lavorare e con chi, possono avere delle ripercussioni. Gli accademici senior, le università e gli ordini professionali dovrebbero assumersi maggiori responsabilità nel garantire che i giovani siano adeguatamente informati su tutti gli aspetti legati alla scelta del finanziamento, prima di impegnarsi in un modo o nell’altro”, commenta la ricercatrice. “Avere come sponsor l’industria implica assumersi un rischio reputazionale, ma abbiamo esempi di ricerche molto valide e rivoluzionarie sponsorizzate dall’industria alimentare e di ricerche scadenti condotte con fondi pubblici. Giudicare l’integrità dei ricercatori sulla base della loro condotta piuttosto che dei loro finanziatori potrebbe aiutare a tenere aperto il dibattito, evitando di escludere nuovi ricercatori talentuosi che hanno iniziato la loro carriera con progetti finanziati dall’industria, e dare a tutti noi più chance per continuare a fare ricerca su problemi come quelli dell’obesità con sempre meno risorse economiche”.

Per salvaguardare la propria integrità il mondo della ricerca deve affrontare diversi problemi e la soluzione non è chiudere i rapporti con il privato. Da un lato le istituzioni pubbliche sono in grado di coprire solo una parte degli ingenti finanziamenti necessari per fare ricerca. Dall’altro l’industria può finanziare una buona ricerca che produce risultati di qualità ma orientata, in ultima istanza, al profitto. Spetterebbe alle università e alle istituzioni formare i giovani medici e ricercatori a prendere consapevolezza delle condizioni di conflitti di interesse, di riconoscere ed evitare i rischi dei legami con l’industria e fornire gli strumenti per preservare la propria integrità professionale.

 

Bibliografia

  1. Gillison F. Reflections from a casualty of the food industry research funding debate. BMJ 2019; 365: l2034.
  2. Relazione di Margaret Chan alla Conferenza globale sulla promozione della salute di Helsinki del 2013.
  3. Coca-Cola funds scientists who shift blame for obesity away from Bad Diets. New York Times, 5 agosto 2015.
  4. Thacker P. Coca-Cola’s secret influence on medical and science journalists. BMJ 2017; 357: j1638.
  5. Serôdio PM, McKee M, Stuckler D. CocaCola: a model of transparency in research partnerships? A network analysis of CocaCola’s research funding (2008–2016). Public Health Nutrition 2018; 21: 1594-607.
  6. Tseng M, Bamoya J et al. Disclosures of Coca-Cola funding: transparent or opaque? Public Health Nutrition 2018; 21: 1591-93.
  7. Steele S, et al. Always read the small print: a case study of commercial research funding, disclosure and agreements with Coca-Cola. J Public Health Policy 2019; published online May 8th.
  8. Besley JC, McCright AM, Zahry NR, et al. Perceived conflict of interest in health science partnerships. PLoS ONE 2017; 12: e0175643.