Sbiancamento dentale: meglio evitare il “fai da te”

di Patrizia Biancucci

I denti macchiati o gialli invecchiano il volto e avere un bel sorriso, con una dentatura chiara e armonica, è divenuto negli ultimi anni un desiderio sempre più diffuso. Questa tendenza spiega perché molti italiani ricorrono allo sbiancamento dentale fai da te con dentifrici, gel, collutori, mascherine o schiarenti, senza sapere che questi ultimi si limitano a rimuovere la patina superficiale che ricopre i denti, mentre il processo di sbiancamento ossigena il dente, con penetrazione e scambio di molecole di perossido di idrogeno che generano la colorazione bianca.

L’allarme è giunto dall’AIC , Accademia italiana di odontoiatria, conservativa e restaurativa, che ha evidenziato come gran parte della popolazione sia insoddisfatta del colore dei propri denti: un dato che spiega il boom delle procedure di sbiancamento, con valori in costante crescita del 15% ogni anno, a partire dai 120mila italiani di qualche anno fa che si sono rivolti a un odontoiatra per “schiarire il colore dei propri denti, macchiati e ingialliti a causa del consumo dello smalto e dei coloranti del fumo e dei cibi (caffè, tè, vino rosso, bevande gassate, succhi di frutta scuri, mirtilli, more, aceto balsamico e pomodoro).

Finora i consumatori, nell’acquistare dentifrici, gel e colluttori, si sono preoccupati di controllare soltanto la concentrazione di perossido di idrogeno, che negli sbiancanti usati dai dentisti può arrivare fino al 6%, mentre nei prodotti acquistabili in farmacia o al supermercato non può superare lo 0,1%. Ma una caratteristica importante è il ph di questi prodotti, che deve essere quanto più possibile neutro: dal momento che nel nostro paese non vige l’obbligo di indicare il ph sulle confezione dei prodotti è bene chiedere al dentista se un prodotto anche da banco è sicuro.

Infatti possono verificarsi danni allo smalto e addirittura alla polpa del dente, soprattutto se nel cavo orale sono presenti otturazioni infiltrate. Nei casi di ipersensibilità dentinale, prima dello sbiancamento professionale in studio, si esegue una fase di pretrattamento, con un’accurata igiene e una buona remineralizzazione dei denti mediante applicazioni di fluoro e mousse alla caseina.

Lo sbiancamento è un processo chimico di ossidoriduzione che può essere fatto con perossido di idrogeno o perossido di carbammide, con tecnica domiciliare o professionale (in studio).

Le tecniche domiciliari hanno percentuali più basse di sostanza sbiancante e il trattamento con applicazioni di mascherine piene di gel deve durare per 15 giorni.

Lo sbiancante professionale ha percentuali più alte e il professionista (odontoiatra o igienista dentale) deve proteggere i tessuti gengivali prima di apporlo, con una diga fatta con resine fotopolimerizzate e può bastare una sola seduta di sbiancamento, con o senza luce di lampade o laser.

L’effetto dello sbiancamento è duraturo ma non permanente, a seconda delle abitudini alimentari (fumo e alimenti cromogeni) e dell’igiene dentale; un richiamo ogni 2-3 anni è sufficiente per mantenere il punto di bianco raggiunto. I dentifrici che promettono un effetto “sbiancante” contengono sostanze leggermente abrasive che tolgono i pigmenti superficiali, ma in realtà non sbiancano i denti. Sconsigliato l’uso sconsiderato perché possono abradere lo smalto dei denti.