Il sesso spiegato dai “rapporti” ufficiali, da quello Kinsey all’ultimo del Censis

“La vita privata della popolazione tra i 18 e i 40 anni, l’immaginario della sfera intima, le abitudini più comuni e quelle insolite”: questo il lancio della presentazione del Rapporto Censis-Bayer sui nuovi comportamenti sessuali degli italiani (la pubblicazione è scaricabile qui dopo aver effettuato la registrazione).

“La sessualità” spiega il Censis nella presentazione dello studio “non è solo l’ambito in cui si esprime appieno l’evoluzione dei valori della società, ma è anche la dimensione che racconta meglio quanto sono cambiati i modi di stare insieme e le relazioni, al di là di stereotipi, tabù e falsi miti. Una buona sessualità contribuisce al benessere soggettivo: perciò è importante sapere cosa ne pensano gli italiani, quanto sesso fanno e come lo fanno. L’indagine misura anche la diffusione di una corretta informazione, indispensabile per il sesso sicuro e per la tutela della salute delle donne”.

L’iniziativa ha avuto grande successo mediatico, come avviene quasi sempre quando si indaga sotto le lenzuola. Alcuni giornali si sono soffermati con dovizia di particolari sugli “aspetti tecnici” più sorprendenti che caratterizzano l’attività sessuale in Italia oggi; altri hanno dato maggior spazio ai risultati della ricerca nel suo complesso, cercando di restituire al lettore uno sguardo d’insieme attendibile.

Il Censis, nel lancio della presentazione dei risultati della ricerca, si è sbilanciato fino a definire il lavoro “Rapporto Kinsey italiano”, un paragone probabilmente dettato dall’entusiasmo. Il Rapporto Kinsey, infatti, studio sulla sessualità degli americani dato alle stampe tra il 1949 (data di pubblicazione della prima parte, Sexual Behavior in the Human Male) e il 1953 (dato di uscita di Sexual Behavior in the Human Female ), è considerato un lavoro che ha modificato in modo irreversibile il nostro modo di vivere e considerare le pulsioni e passioni. Le mille pagine di quell’inchiesta furono frutto di un lavoro lungo e accidentato, a causa della fortissima ostilità degli ambienti conservatori che mal sopportavano la descrizione di quanto era stato considerato fino allora indicibile, non studiabile e ancor meno adatto da pubblicare. Furono proprio gli studenti del prof. Alfred Kinsey (un entomologo universitario) a indurlo, alla fine degli anni Quaranta, a dedicarsi alla sessuologia, grazie alle risposte che era abituato a dare alle loro domande sulla sessualità, sui dubbi e le paure che invariabilmente si materializzavano nell’aula durante le sue lezioni sulla vita riproduttiva delle vespe.

Ma Kinsey, come ha scritto un suo biografo, “non aveva il piglio del profeta eppure non è stato solamente uno studioso, ma un grande riformatore sociale”. La pubblicazione del suo Rapporto fece infatti capire, in anticipo di oltre un decennio, che si stava preparando una rivoluzione sociale senza precedenti, che da americana divenne mondiale. Non a caso nel 1960 un “ragazzo” di 43 anni, John Fitzgerald Kennedy, divenne (a sorpresa) presidente degli Usa, basando la propria campagna elettorale tra le altre cose sull’affermazione dei diritti civili universali in patria e nel mondo come base di una nuova convivenza civile internazionale; quei diritti vennero poi sanciti e trasformati in leggi federali dal vicepresidente Lindon B. Johnson che gli successe dopo il suo assassinio a Dallas nel novembre 1963. Purtroppo di quel vicepresidente, diventato presidente nel modo più drammatico che si potesse immaginare, rimane netto soltanto il ricordo degli ordini dei bombardamenti sul Vietnam, mentre s’ignora il fatto che questo raro democratico texano è considerato il più liberal della storia nordamericana: resistette infatti alle disobbedienze dei governatori degli stati del Sud – reprimendole anche con decisione – all’obbligo di applicare le leggi che favorivano l’integrazione razziale.

Kinsey fu uno dei primi accademici a considerare i giovani un soggetto sociale da ascoltare e capire; fu lui tra i primi a intuire la rivoluzione di costumi che alla fine degli anni Sessanta avrebbe prodotto la protesta studentesca globale, l’affermazione del pacifismo, la rivalutazione delle culture native, in altre parole una nuova declinazione della parola modernità.

Il vero “rapporto Kinsey” italiano, se mai ce n’è stato uno, è stato probabilmente il giornalino scolastico milanese “La zanzara” che, raccontando senza veli le abitudini sessuali delle liceali dell’epoca, si scontrò contro i principi moralistici e autoritari di un’Italia rimasta ferma all’epoca vittoriana. In seguito a quella vicenda, che sembra distante anni luce da oggi, ci furono addirittura strascichi giudiziari per alcuni giovani che davano per scontato il diritto delle donne all’orgasmo.

A riportare l’importanza del Rapporto Censis-Bayer ad una dimensione più reale è un altro rapporto pubblicato soltanto qualche mese fa, effettuato da studiosi della sessualità della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS) con il patrocinio del Ministero della Salute e della FNOMCeO in occasione della Settimana dedicata al benessere sessuale indetta dall’OMS, dal titolo: “Gli italiani e il sesso: scarsa autostima e calo del desiderio mettono in crisi la coppia”, una suggestione ben diversa da quella lasciata intuire dalla presentazione del rapporto Censis.