Meno immigrati, meno medici per anziani e disabili

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Le politiche che frenano l’immigrazione negli USA mettono a serio rischio la possibilità di assistere gli statunitensi anziani e disabili”. Lo afferma su Health Affairs un team di esperti di politiche sanitarie ed epidemiologia di Harvard, guidati da Leah Zallman, medico di cure primarie, direttrice dell’Institute for Community Health and Assistant e docente alla Harvard Medical School.

Come in tanti altri paesi, negli Stati Uniti la popolazione invecchia e il fabbisogno di assistenza cresce. Già oggi gli operatori sanitari scarseggiano, e si teme che nei prossimi decenni andrà sempre peggio. Secondo l’Institute of Medicine nel 2030 serviranno 3,5 milioni in più di operatori sanitari. E nel solo ambito dell’assistenza diretta agli anziani presso le strutture sanitarie, il governo USA prevede che serviranno 650.000 operatori in più. Ma non sarà facile trovarli.

Oggi è solo grazie agli immigrati che si evitano carenze pesanti, specie in ruoli essenziali ma poco ambiti dal personale locale, come quelli di medici rurali o disponibili ai turni di notte e nei fine settimana. Gli immigrati si prestano più facilmente a ricoprire questi ruoli e – pur essendo in media più istruiti dei loro colleghi USA con pari mansioni – si adattano a livelli professionali più bassi perché spesso i loro titoli conseguiti in patria non sono riconosciuti negli USA.

Già altri studi hanno messo in luce il ruolo cruciale svolto dagli immigrati in questi ambiti, e hanno lanciato l’allarme sulla possibilità di continuare a soddisfare una domanda in forte crescita a fronte di politiche migratorie restrittive. Ma la realtà è ancora più allarmante, mostra ora Zallman.

“Gli studi precedenti hanno considerato solo chi lavora alle dipendenze di istituti sanitari, ma hanno sostanzialmente ignorato i tanti operatori assunti per assistere anziani e disabili direttamente dalle famiglie, o da strutture non mediche come le case di riposo. E non hanno calcolato i tanti migranti irregolari dediti anch’essi a questi servizi. Quindi, con ogni probabilità, hanno sottostimato le carenze che ci attendono”, spiega il medico di Harvard.

Per colmare questa lacuna, il suo team ha analizzato una serie di dati ufficiali su occupazione, cittadinanza e altre caratteristiche, utili a calcolare quante persone operano nel settore sanitario con varie mansioni e inquadramenti. Ha così stimato che nel 2017 gli immigrati costituivano il 18% dei lavoratori nella sanità e il 23% degli operatori nell’assistenza di lungo termine alle persone anziane, non autosufficienti, malate o disabili. Tanti altri dati sull’incidenza degli immigrati nei diversi settori di attività delineano un quadro dettagliato, il cui senso si riassume in una semplice conclusione: gli operatori non formali, ingaggiati direttamente dalle famiglie e da strutture non sanitarie, garantiscono l’assistenza a parecchie centinaia di migliaia di persone, riducendo il bisogno di assistenza istituzionale (e le relative spese).

“Lo studio è in linea con una letteratura sempre più vasta che mostra il sostegno cruciale degli immigrati alla sanità statunitense”, rimarca Zallman. Gli immigrati finanziano il sistema sanitario, pagando in tasse e premi assicurativi decine di miliardi annui in più di quanto ricevano dalla sanità pubblica e dalle assicurazioni, e danno un contributo decisivo agli organici: un medico su quattro si è formato fuori dagli USA e, per restare al tema della terza età, la metà dei geriatri viene dall’estero.

“La scarsità di personale sanitario è un problema complesso che andrà affrontato su più fronti, inclusi l’aumento degli stipendi e programmi di formazione dedicati. Ma il nostro studio mostra che le politiche per abbattere l’immigrazione – nonché la retorica ostile che le accompagna, minando il benessere degli immigrati – probabilmente renderanno sempre più difficile assistere i nostri anziani”, conclude Zallman.

 

Bibliografia

Zallman L, Finnegan KE, Himmelstein DU, et al. Care For America’s elderly and disabled people relies on immigrant labor. Health Affairs 2019; 38: 919-26.