Rapporto medico paziente: quando parlare di cibo può essere complesso

Compito del medico è curare i propri pazienti, quando viene richiesto.

Un altro pilastro della sua missione è educare sani e malati a preservare e migliorare il proprio stato di salute, attraverso la promozione di stili di vita consoni, che comprendono un’ alimentazione equilibrata e sana, anche  cercando di modificare nei limiti del possibile e conformemente all’articolo 5 del Codice Deontologico, quei fattori che danneggiano l’ambiente in generale.

 Quale sia la dieta migliore per la popolazione del pianeta è problema complesso e si scontra con equilibri e interessi, che vanno ben oltre il potere del singolo medico e sfuggono spesso anche al controllo dei consumatori, che di fatto ignorano la qualità intrinseca dei prodotti animali e vegetali, consumati quotidianamente e le sostanze che sono state adoperate per produrli, al di là delle dichiarazioni da parte  dei produttori e delle multinazionali di sostenibilità, ecologicità e metodi naturali di coltivazione o allevamento.

In una società sempre più globalizzata il prodotto, animale o vegetale che sia, subisce spesso manipolazioni e triangolazioni di mercato, su cui il singolo medico, nel consigliare, si trova disinformato e condizionato dal livello culturale ed economico dei propri pazienti.

Ciò non toglie che il concetto di una dieta moderata, equilibrata e completa è da ritenersi salutare per tutti.

È noto e condiviso, come ben ricordato da Luisa Mondo, epidemiologa a Torino, nell’approfondito articolo che segue  e che descrive le prerogative delle diete vegetariane e vegane, dal punto di vista dell’equilibrio  ambientale e da quello di una corretta alimentazione, come sia opportuno introdurre tutti gli elementi indispensabili alla nutrizione e alla salute .

La scelta poi della fonte di questi nutrienti indispensabili, naturale o sotto forma di integratori, spetta all’individuo e alle famiglie e non deve essere mai demonizzata dal medico che deve mantenere una mentalità aperta e accogliente per poter sempre favorire il dialogo e la comprensione  con il cittadino che gli chiede aiuto e consiglio.

Mario Nejrotti

 

Pazienti vegetariani e vegani: chi sono? perché lo sono? Sappiamo interagire con loro ?

 di Luisa Mondo

 Le scelte vegetariana e vegana sono veri e propri regimi alimentari basati su profonde convinzioni etiche, filosofiche, ambientaliste e supportate da numerosi e coerenti studi a loro favore.

Purtroppo talvolta sono poste alla stregua di diete assurde e prive di scientificità, mentre in realtà la letteratura scientifica ha ampiamente dimostrato che, se adeguatamente bilanciate ed integrate, sono idonee in qualunque fase della vita.

La maggior parte dei vegetariani (coloro che non consumano prodotti di origine animale diretta eliminando ogni tipo di carne e pesce) e dei vegani (che non consumano nemmeno prodotti indiretti eliminando quindi anche uova, miele, latte e derivati) lo sono per motivi etici ossia non incidere sullo sfruttamento e la sofferenza animale partendo dalla considerazione che anche gli animali sono esseri senzienti con la capacità di provare emozioni e sentimenti, vite che vogliono vivere e che, invece, sono allevati in condizioni spesso terribili ed uccisi in giovane età.

Tale approccio ha importanti ricadute anche sull’ambiente, sulla ripartizione delle risorse del pianeta e sulla salute.

Per quanto riguarda l’ambiente e le risorse è noto che l’allevamento di animali è responsabile, da solo, del 15% del totale di tutte le emissioni di gas a effetto serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido di azoto).

Gli animali d’allevamento consumano molte più calorie, ricavate dai mangimi vegetali, di quante ne producano, a loro volta, sotto forma di alimento: il rapporto di conversione da mangimi per gli animali a “cibo” per gli umani varia da 1:30 a 1:4, a seconda della specie animale. In pratica per ogni kg di carne che si ricava da un animale, lo stesso animale deve mangiare mediamente 15 kg di vegetali, appositamente coltivati con un conseguente spreco enorme di terreni fertili, energia, acqua, senza contare l’impiego massivo di sostanze chimiche (diserbanti e pesticidi) e la perdita di biodiversità. Per dirla in un altro modo, per produrre 1 kg di carne bovina (che è quella con la maggior impronta inquinante) vengono immessi in atmosfera circa 30.400 grammi di anidride carbonica equivalente (CO2) e consumati circa 15.500 litri di acqua mentre1 kg di legumi comporta l’emissione media di 1.130 grammi di CO2equivalenti (circa 26 volte in meno rispetto alla carne bovina).

È stata pubblicata una stima dell’impatto sulla produzione di gas serra e sul consumo di acqua associati al consumo di carne nelle mense di un’ASL della provincia di Trento [1] nella quale vengono offerti quotidianamente (a degenti e dipendenti), circa 130 kg di carni bianche, 50 kg di carne bovina e 140 kg di carne suina: introducendo una giornata vegetariana alla settimana nelle mense aziendali si eviterebbe in un anno l’emissione di circa 250.800.000 grammi di CO2 equivalenti (1,7 milioni di km percorsi con una macchina di media cilindrata) e si risparmierebbero oltre 74.000.000 litri (circa 30 piscine olimpioniche da 8 corsie). Se tutti gli italiani evitassero un  solo giorno al settimana di mangiare carne, il risparmio sarebbe di 198.000 tonnellate di CO2 pari al consumo elettrico annuo di più di 100.000 famiglie o a 1,5 miliardi di chilometri percorsi in auto: un piatto di carne in meno alla settimana potrebbe gli stessi benefici di tre milioni e mezzo di auto in meno sulle strade in un anno (altro che i tentativi di ridurre le emissioni con le domeniche ecologiche!).

In tutto il mondo, le linee guide sull’alimentazione stanno incoraggiando lo sviluppo di diete che prevedono un consumo maggiore di alimenti a basso impatto ecologico e un minore consumo di cibi che contribuiscono al degrado ambientale. Già nel 2007 “The Lancet“ pubblicò l’articolo “Cibo, allevamenti, energia, cambiamenti climatici e salute“ [2] nel quale gli autori mostrano quanto questi aspetti siano correlati tra loro e quanto sia urgente una diminuzione drastica del consumo di carne concludendo che maggiore sarà la contrazione dei consumi di alimenti animali, maggiore sarà il benessere che si può raggiungere da ogni punto di vista dell’impatto sull’ambiente, del consumo di risorse ed energia, salute, del benessere degli animali.

La Food Standards Agency ha proposto l’Eatwell Plate (“il piatto del benessere alimentare”), diviso in 5 sezioni, con lo scopo di esemplificare una dieta bilanciata nella quale le sezioni più ampie sono quelle che comprendono frutta, verdura e cereali mentre alimenti quali carne, pesce, uova, fagioli, latte e latticini, e i cibi ricchi di grassi o di zuccheri, sono consentiti in quantità minori [3].

La Fondazione Heinrich Böll ha pubblicato l’atlante della carne per informare i consumatori sulla provenienza della carne, sulle condizioni nelle quali la carne viene “prodotta” e commercializzata e sulle questioni etiche, ambientali e sociali collegate [4]. Il trattato parte dalla constatazione che la decisione su cosa mangiare non è una questione privata dato che la scelta del cibo ha ripercussioni concrete sulla vita non solo degli animali, ma anche degli esseri umani in tutto il mondo.

Nel 2010 il Barilla Center for Food & Nutrition [5] ha pubblicato uno studio dal quale è emerso chiaramente che gli alimenti a minore impatto ambientale sono gli stessi per i quali i nutrizionisti consigliano un consumo maggiore, mentre quelli con un’impronta ambientale più marcatamente negativa per il pianeta sono quelli che andrebbero consumati con moderazione[1]

A livello personale ridurre il consumo di carne (o rinunciarci) potrebbe essere un modo semplice per proteggere le risorse idriche, il clima, la biodiversità, i boschi, il benessere animale e promuovere la giustizia sociale e alimentare a livello globale [6, 7].

Infine, la salute: da decenni autorevoli Società scientifiche quali l’American Academy of Pediatrics, l’Academy of Nutrition and Dietetics, la British Dietetic Association  si sono espresse sull’adeguatezza delle diete vegetariane e vegane in ogni fase della vita purchè bilanciate ed integrate.

L’American Dietetic Association (ADA ora rinominata Academy of Nutrition and Dietetics), una delle più importanti associazioni di nutrizionisti del mondo dal lontano 1996  ha una “posizione ufficiale sulle diete vegetariane”, basato su centinaia  di articoli della letteratura scientifica: Le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete totalmente vegetariane o vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale, e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Le diete vegetariane ben pianificate sono appropriate per individui in tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia e adolescenza, e per gli atleti. Le diete vegane, lacto-vegetariane e lacto-ovo-vegetariane adeguatamente pianificate soddisfano i fabbisogni nutrizionali dei bambini nella prima e seconda infanzia e degli adolescenti, e promuovono una crescita normale. Le diete vegetariane nell’infanzia e nell’adolescenza possono essere d’ausilio nello stabilire sani schemi alimentari, validi per tutta la durata della vita, e possono offrire alcuni importanti vantaggi nutrizionali. Quindi, non solo l’alimentazione vegetariana è adeguata (contiene tutti i nutrienti necessari), ma è anche vantaggiosa, per prevenire e curare le malattie degenerative maggior causa di morte e invalidità nei paesi industrializzati. E’ stato ampiamente dimostrato che vegetariani e, ancor di più i vegani, hanno un BMI nella norma, soffrono in misura inferiore, rispetto alla popolazione generale di arteriosclerosi, sovrappeso ed obesità, ipertensione, diabete. Anche per quanto riguarda le patologie neoplastiche, le linee guida contro il cancro indicano di consumare fibre e ridurre il consumo di carni rosse e lavorate.

Infine il drammatico fenomeno dell’antibioticoresistenza: oltre 25 mila persone muoiono ogni anno, nella sola Unione europea, in seguito a infezioni causate da batteri antibiotico-resistenti; è noto che l’uso di antibiotici nell’alimentazione degli animali – per il trattamento e la prevenzione delle malattie o per stimolarne la crescita – facilita la selezione di batteri resistenti e di geni di resistenza che entrano nella catena alimentare.

Purtroppo spesso i medici ed i professionisti sanitari in generale, non si rendono conto di trovarsi di fronte a persone fortemente motivate ed informate, altamente consapevoli in merito a ciò che consumano, molto di più della popolazione generale (e talvolta dei loro stessi medici): pazienti che seguono consapevolmente il proprio regime alimentare, assumono le integrazioni raccomandate, si sottopongono ai normali controlli (spesso durante le periodiche donazioni di sangue!). Un recente studio italiano [12] ha indagato le conoscenze dei professionisti della salute riguardo l’adozione di diete vegetariane nel periodo incluso dalla gravidanza all’adolescenza. È stata condotta un’indagine trasversale tramite un questionario somministrato a 418 operatori sanitari. Il 79,9% non aveva frequentato un corso di nutrizione negli ultimi cinque anni, appena un terzo (34,1%) è stato in grado di fornire una corretta definizione di dieta vegetariana / vegana; le risposte riguardanti la conoscenza dei nutrienti erano corrette nel 20% dei casi, quasi la metà (45%) da dato risposte corrette a domande che valutavano la conoscenza del rischio e dei benefici di una dieta vegetariana, il 39,4% sapeva che cosa dicono le linee guida i merito all’adozione di una dieta vegetariana per tutto il ciclo di vita.

Eppure Il numero di persone che adottano diete vegetariane è in costante aumento e molti di loro sono giovani genitori che decidono di condividere la loro scelta con i loro figli.

Arriva quindi una nuova generazione di bambini vegetariani e vegani, figli di genitori molto attenti che somministrano correttamente gli integratori previsti dalle linee guida  e scelgono alimenti sani, in base alle stagioni e di produzione locale.

Vi sono anche bambini che hanno genitori scettici o addirittura contrari rispetto alla necessità di prevenire eventuali carenze e che quindi non integrano nemmeno con la vitamina B12 rischiando e talvolta, purtroppo, causando carenze (che possono portare a danni permanenti). Infine alcuni genitori appaiono così preoccupati dalla qualità del cibo da rischiare di esser considerati affetti da ortoressia ossia di esser letteralmente ossessionati dal mangiar sano.

Purtroppo è un dato di fatto che alcuni vegani ritengano non necessaria l’integrazione di B12: soprattutto grazie a certi igienisti e nutrizionisti che danno false informazioni: quelle sì che sono psudoscienze da contrastare, non il veganesimo in toto! Sarebbe fin troppo semplice ribattere affermando che sappiamo benissimo che anche tra coloro che seguono una dieta onnivora vi sono dei gravissimi errori, prova ne sono l’epidemia di sovrappeso e obesità (anche nei ragazzini nati e cresciuti ini normalissime famiglie definite onnivore), l’incremento di patologie croniche quali l’ipercolesterolemia, il diabete, l’ipertensione.

Dobbiamo invece onestamente chiederci se non ci sia qualcosa da rivedere nell’approccio a coloro che si nutrono in modo diverso: si parla tanto di mediazione culturale, di dialogo con il paziente in generale e col paziente straniero in particolare, ma poi si erigono muri di fronte a delle persone che hanno fatto delle scelte personali molto forti, rinunciando volontariamente ai cibi di origine animale, ad ogni pasto della loro esistenza, nei giorni qualunque o nelle grandi feste e ricorrenze, a casa, al lavoro, in viaggio.

Siamo davvero sicuri, come medici, di essere capaci di accogliere le esigenze di queste persone e famiglie?

Anziché bocciare una scelta trattandola con sufficienza, ignoranza, arroganza non sarebbe meglio dotarsi degli strumenti per spiegare adeguatamente l’importanza dell’integrazione?
Questi pazienti, sentendosi rifiutati a causa dei pregiudizi che alcuni professionisti hanno nei loro confronti, finiranno per scartare in toto quello che verrà loro proposto da persone che non stimano, di cui non si fidano, con le quali non entrano in relazione sentendosi giudicate e derise.

Il paziente vegetariano o vegano, giustamente, si aspetta che il suo medico sia competente in tema di nutrizione, anche quella a base vegetale, e non accetta un atteggiamento derisorio o volto a “fargli cambiare idea”. Proprio nelle fasi della vita, come gravidanza e prima infanzia, nelle quali tutti dovrebbero essere seguiti da un professionista è fondamentale dare supporto alle gestanti ed ai genitori in modo rispettoso e competente: in caso contrario il rischio è che questi pazienti finiscano per rivolgersi a siti non propriamente scientifici o a professionisti che danno informazioni imprecise o scorrette [13].

Alleati e non nemici anche nelle scelte alimentari dovrebbe essere l’obiettivo da porsi, tramite un accurato aggiornamento scientifico e sui fondamenti delle scelte dei pazienti, soprattutto quelle profondamente etiche.

[1]http://www.saluteinternazionale.info/2012/01/un-giorno-alla-settimana-senza-carne/

[2] Anthony J McMichael, John W Powles, Colin D Butler, Ricardo Uauy, Food, livestock production, energy, climate change, and health, The Lancet, September 13, 2007http://www.nutritionecology.org/it/news/news_dett.php?id=322

[3] http://www.nhs.uk/Livewell/Goodfood/Pages/eatwell-plate.aspx

[4] http://www.bund.net/fileadmin/bundnet/publikationen/landwirtschaft/140328_bund_landwirtschaft_meatatlas2014.pdf

[5] http://www.saluteinternazionale.info/2014/10/gli-animali-che-mangiamo-fatti-e-misfatti/

[6] http://www.ilpost.it/2014/01/18/statistiche-consumo-carne/

[7] http://www.barillacfn.com/bcfn4you/la-doppia-piramide

[8] ADA, Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc. 1997, Vol. 97:1317-1321

[9] AND, Position of the Academy of Nutrition and Dietetics: Vegetarian Diets, J Acad Nutr Diet. 2016;116:1970-1980.
[10] Committee on Nutrition, American Academy of Pediatrics. Pediatric Nutrition Handbook. Elk Grove Village, IL : Kleinman RE, Greer MD FR, 2013. 7th ed
[11] British Dietetic Association confirms well-planned vegan diets can support healthy living in people of all ages, 7 agosto 2017, https://www.bda.uk.com/news/view?id=179

[12] Nutrients 2019, 11(5), 1149; https://doi.org/10.3390/nu11051149 ; https://www.mdpi.com/2072-6643/11/5/1149/htm?fbclid=IwAR0SLyh1Qyms3xHeSxGYa-zjpd90XVr6rwK1KiJnnIEnsR8_NZUxCZc8sn4

[13] https://www.agireoraedizioni.org/opuscoli-volantini/salute/famiglie-veg-sfida-per-pediatria/

[1] Gli impatti ambientali degli alimenti sono stati valutati con l’analisi del ciclo di vita utilizzando i tre indicatori ambientali: Carbon Footprint (identifica le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici ed è misurato in massa di CO2 equivalente), Water Footprint  (quantifica i consumi e le modalità di utilizzo delle risorse idriche, ed è misurato in volume di acqua) ed Ecological al Footprint ( calcola la quantità di terra o mare biologicamente produttiva necessaria per fornire le risorse e assorbire le emissioni associate a un sistema produttivo: si misura in metri quadri o ettari globali.). Per esempio, il Carbon Footprint delle mele è 200g CO2/kg, della pasta è 950 CO2/kg, mentre per la carne rossa è 23.100 CO2/kg; il Water Footprint è meno di 2.000 litri per frutta e pasta ed oltre 8.000 litri per le carni rosse.