L’ecoetichetta non fa il cibo sano, almeno non necessariamente

di Luca Mario Nejrotti

Le etichette per i cibi eco sono ormai un fattore di marketing: tutte le più grandi firme della produzione e distribuzione ne fanno uso e il consumatore deve stare attento a ciò che compra.

Una pennellata di verde.

In fondo per i produttori e i distributori si tratta semplicemente di vendere. Da quando il gusto per i cibi bio, ecosostenibili, organici e salutari si è diffuso conquistando fette sempre più ampie di pubblico, gli scaffali dei supermercati si sono colorati di tinte pastello, imballaggi biodegradabili e riciclabili e soprattutto etichette che promettono allevamenti confortevoli, ortaggi non OGM, lotte organiche ai parassiti e così via. La maggioranza dei consumatori non effettua un’indagine di mercato ogni volta che compra un uovo o un pomodoro e tende a fidarsi di quanto scritto sugli imballaggi.

L’allarme degli addetti ai lavori.

Sono le associazioni di consumatori e gli addetti ai lavori che si occupano di agricoltura e alimentazione ecosostenibile a segnalare il forte rischio di confusione e ambiguità nel settore.

Non è che le ecoetichette mentano: ci sono organi di controllo ed enti certificatori che si occupano di questo, ma spesso sono usate per attirare il consumatore senza offrire sostanziali vantaggi.

L’uovo e la gallina.

Il caso esemplare per gli Stati Uniti, presentato in un recente articolo di NPR (vedi), è quello degli OGM: moltissimi prodotti alimentari negli USA mostrano orgogliosamente l’ecoetichetta “NO -OGM” per differenziarsi dalla concorrenza. Questo però capita anche per prodotti che non sono mai stati modificati geneticamente, come il mango e il lampone. Del resto, le regole del marketing fanno sì che NO-OGM sia associato a cibo più sano, per esempio a un minor uso dei pesticidi: non è affatto necessariamente così.

Questo vale invece per l’ecoetichetta “biologico”, che d’altro canto, pur avendo un forte significato di preservazione dell’ambiente, non può essere acriticamente associato a una maggiore salubrità del cibo stesso, che richiederebbe valutazioni scientifiche caso per caso.

Un caso simile riguarda le uova e il pollame, per esempio leggere su carne di pollo che l’animale non è stato allevato in gabbia non significa molto: i polli da carne non lo sono mai. Piuttosto, l’ecoetichetta “non allevato in gabbia” per uova e pollame può anche significare che gli alimenti provengono da animali che di fatto non hanno mai visto la luce del sole, ma che sono stati allevati, liberi, al chiuso di grandi stabilimenti.

Alcune etichette.

L’articolo valuta brevemente alcune delle etichette più comuni.

“Biologico” è il marchio di qualità ecologica diffuso. Gli agricoltori biologici non usano pesticidi e fertilizzanti sintetici. L’uso di ingredienti geneticamente modificati è proibito e ci sono norme minime per il trattamento degli animali. I bovini o i polli allevati in modo biologico consumano solo mangimi biologici, che è la ragione principale per cui le uova biologiche sono più costose. Gli agricoltori biologici possono utilizzare concime animale compostato come fertilizzante e controllare i parassiti con predatori naturali o ruotando i loro raccolti e gli standard biologici sono monitorati da una rete di aziende o organizzazioni private che certificano ciascun agricoltore. Le violazioni degli standard biologici possono anche essere perseguite come reati federali.

“NO-OGM” è l’etichetta di alimenti che sono in gran parte privi di ingredienti provenienti da colture geneticamente modificate – che a questo punto sono principalmente mais, soia, barbabietola da zucchero e colza. Non c’è nulla in questo standard che richieda pratiche agricole particolari, però. A meno che non siano anche colture biologiche certificate e non OGM, in genere vengono coltivate con pesticidi convenzionali.

“All’aria aperta”: le uova “ruspanti” devono provenire da galline che hanno accesso all’aria aperta. Tuttavia, non ci sono specifiche su come questo accesso si debba configurare. Vi sono casi di grandi allevamenti con 100.000 galline e solo un paio di piccole porte, da cui riescono a uscire 30 galline per volta.

“Allevato al pascolo”: nuovamente, in questo caso è fondamentale l’autorevolezza dell’ente certificatore che dimostri che davvero polli e bestiame sono allevati all’aria aperta senza mangimi.

“Commercio equo”: dagli animali alle persone, questa etichetta appare più spesso sul caffè o sul cioccolato, ma a volte sulle banane. È gestito e verificato da un paio di diverse organizzazioni di certificazione del commercio equo e solidale. Ai produttori di caffè del commercio equo e solidale è garantito un prezzo minimo per il loro prodotto. Storicamente, quel prezzo minimo è superiore al prezzo di mercato standard. Al momento, è il 30% in più; questo non significa necessariamente che basti a sollevare dalla povertà i produttori.

Etichette, non soluzioni.

Dal breve excursus sulle diverse ecoetichette si possono trarre due conclusioni: da un lato il consumatore deve essere molto attento e preparato nel riconoscere il vero significato delle etichette sui prodotti che acquista, in modo da non cadere nell’influenza della distribuzione il cui scopo principale è generalmente vendere un prodotto, non salvare il pianeta. Proprio per questo, non possiamo affidarci semplicemente al consumo consapevole per risolvere problemi come il riscaldamento globale e lo sfruttamento delle popolazioni più vulnerabili: occorre agire a livello politico e non solo economico per imporre un’etica della produzione.

Fonti

https://www.npr.org/sections/thesalt/2019/06/12/729596822/why-food-reformers-have-mixed-feelings-about-eco-labels?t=1560928274931