Nel rispetto della scelta dolorosa di Noa Pothoven. Il suicidio è una scelta tragica e estrema, ma l’eutanasia non c’entra

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Pensano che sia molto giovane, pensano che debba finire il trattamento psicologico e aspettare che il mio cervello sia completamente sviluppato. Non succederà fino all’età di 21 anni. Sono devastata perché non posso aspettare così a lungo”. Ancora: “Voglio arrivare dritta al punto: entro un massimo di dieci giorni morirò”. Sono le parole  di Noa Pothoven, il cui nome ha fatto il giro del mondo a partire dai Paesi Bassi dove è nata e cresciuta. Diciassettenne, vittima di stupri e aggressioni, soffriva di una grave forma di depressione e di stress post-traumatico. Si è lasciata morire di fame e di sete nella propria casa, con i genitori consenzienti, seguita da un’équipe medica che l’ha accompagnata alla morte. Morire era quello che voleva lei. Ha scelto di non mangiare più per poter abbandonare la vita di cui si sentiva prigioniera: “Respiro ma non sono più viva”. La morte di Noa avvenuta il 2 giugno scorso è rimbalzata nella stampa internazionale (tra cui quella italiana) come un caso di eutanasia. Ma come dichiarato ufficialmente dai genitori di Noa in un breve comunicato stampa non si è trattato di eutanasia attiva che, peraltro, le era stata negata lo scorso anno da una clinica specializzata olandese alla quale Noa si era rivolta. Si è trattato di suicidio.

A raccontare la morte di Noa in modo corretto è stato il quotidiano locale Gelderlander: “Noa è rimasta a casa e ha deciso di non mangiare e di non bere più, ed è stato molto difficile accettarlo, per tutti”. Una comunicazione mediatica sincera, più sobria e rispettosa delle verità e del lutto dei familiari. Come sottolinea The BMJ (1), la falsa notizia dell’eutanasia di Noa ha avuto eco in quei paesi dove il tema del fine vita è alquanto controverso e dibattuto, come in Italia, ad esempio, dove è la storia di Noa è finita in prima pagina.

Diversa invece è il contesto dei Paesi Bassi che nel 2002 hanno legalizzato l’eutanasia e, a distanza di due anni, approvato il “protocollo di Groningen” sull’eutanasia infantile che consente di accordare la morte a partire dai 12 anni di età, ma solo dopo aver certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e irrisolvibile. Tra i 12 e i 16 anni ci deve essere il consenso dei genitori. Nei Paesi Bassi, nel solo 2017 ci sono stati 6585 casi di eutanasia, 18 in media al giorno. Come ha commentato Bert Keizer, uno medici della clinica Levenseindekliniek dell’Aia alla quale si era rivolta Noa, “l’eutanasia è diventata qualcosa di normale”. Ma meno frequentemente se la persona richiedente ha un disturbo psichiatrico. Come riportato dal New York Times nell’arco del 2018 la clinica dell’Aia ha ricevuto 2600 domande di eutanasia, un quarto di queste da parte di persone con problemi mentali; delle 727 eutanasie effettuate meno di un decimo su persone con problemi mentali.

Nel Regno Unito, continua The BMJ (1), gli  oppositori delle morta assistita e dell’eutanasia hanno affermato che la presunta eutanasia di Noa è la prova di una “china scivolosa”. Tra questi Gordon Macdonald, il portavoce del gruppo “Care Not Killing” che si era schierato contro la legge proposta dal laburista Rob Marris arrivata e bocciata alla Camera dei Lord nel 2015 che avrebbe legalizzato il suicidio assistito a determinate condizioni per le persone con meno di sei mesi di vita. “Quanto è accaduto è scioccante, di nuovo mostra cosa succede quando si rimuovono le protezioni universali [per] le persone vulnerabili”, aveva commentato il 4 giugno Macdonald, per poi correggere in parte il tiro affermando: “Questo è il motivo per cui i membri del parlamento hanno rifiutato di cambiare la legge sul fine vita più di una dozzina di volte dal 2004 ad oggi”.

Tom Davies, della lobby pro-eutanasia “Dignity in Dying”, ha puntualizzato che in realtà sulla base del cambiamento di legge sulla morte dolce che si sta cercando di portare avanti in UK, Noa non avrebbe potuto beneficiare della morte assistita: “La legge che proponiamo consentirebbe ai pazienti maggiorenni ormai vicini alla morte, mentalmente abili, di scegliere le modalità e i tempi della loro morte. In sintesi, le persone dovrebbero essere in grado di scegliere come e quando morire, nei casi in cui la morte sia imminente”.

Noa aveva scelto di morire dopo lunghe battaglie perse, dopo tante “discussioni e ripensamenti”. Non è stata una “decisione impulsiva”. La sua vita non era più vita e non c’era via di uscita: ha così scelto il suicidio smettendo di mangiare e bere. La sua storia ha fatto discutere – e continua a farlo, in alcuni casi in modo strumentalizzato, per sostenere le proprie posizioni su temi così delicati e complessi quali sono la morte assistita e l’eutanasia. La discussione mediatica e anche quella tra gli operatori sanitari dovrebbe interrogarsi sul valore di decidere di smettere di curare un paziente ormai morente, di garantirgli le cure palliative per morire senza dolore, del diritto del paziente di autodeterminarsi e del diritto di morire con dignità. Un altra discussione, che è passata quasi del tutto in secondo piano, dovrebbe riguardare la presa in carico della malattia mentale e psichiatrica. “Se hai un problema cardiaco in due giorni ti operano. Se hai un problema mentale, aspetti due anni per un posto in clinica”,  aveva scritto Noa.

 

Bibliografia

  1. Newman M. Noa Pothoven wasn’t euthanised—but it was what she wanted. BMJ 2019;365:l4142