Il problema dell’accessibilità dell’aborto farmacologico

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Cosa centra una dottoressa olandese, praticante in Austria, con una farmacia indiana e gli aborti effettuati negli Stati Uniti? Può sembrare strano, ma un collegamento c’è. È la storia – raccontata dalla giornalista Kim Painter in un articolo pubblicato di recente sulle pagine del BMJ (1) – di Rebecca Gomperts, medico olandese che prescrive pillole abortive (che vengono poi spedite per posta da una farmacia localizzata in India) per le cittadine statunitensi che non possono permettersi un aborto chirurgico o hanno difficoltà ad accedere alle strutture dove queste procedure vengono effettuate. Il suo servizio di consulenza online “Aid Access”, considerato illegale dalla Food and Drug Administration (FDA), ha infatti un obiettivo ben preciso: favorire la diffusione dell’aborto farmacologico per ridurre le problematiche di accesso.

Negli Stati Uniti il diritto a interrompere la gravidanza, sancito dalla Corte Suprema con la storica sentenza del 1973 “Roe contro Wade”, è attualmente minacciato dal rafforzarsi di posizioni anti-abortiste in diversi stati. Nonostante la pratica rimanga legale su tutto il territorio nazionale, infatti, alcuni governi locali hanno varato delle restrizioni che ne limitano l’accessibilità. “Molti stati hanno vietato gli aborti tardivi, imposto periodi di attesa, reso obbligatorie delle sedute di counseling e posti dei vincoli circa la necessità di un permesso dei genitori nel casi di ragazze minorenni”, scrive Painter. “Inoltre la legge federale limita la distribuzione delle pillole abortive a pochi fornitori autorizzati: a parte alcuni progetti di ricerca, le donne non possono prenderle nelle farmacie o farsele spedire per posta”.

Nonostante queste restrizioni, negli Stati Uniti il ricorso all’aborto farmacologico – permesso entro le 10 settimane di gravidanza – è notevolmente aumentato, arrivando a costituire, nel 2014, il 31% di tutte le procedure realizzate al di fuori dei contesti ospedalieri. Un incremento del 14% rispetto al dato del 2005 (2). Inoltre, spiega Painter: “Gli attivisti per il diritto all’aborto sostengono che, se la sentenza Roe dovesse cadere, le pillole abortive si faranno inevitabilmente strada tra le donne degli stati in cui le interruzioni di gravidanza saranno vietate o limitate pesantemente”. È questo il punto di vista del Guttmacher Insitute, associazione no-profit di ricercatori che supportano il diritto all’aborto, secondo cui questa evoluzione potrebbe avere un paradossale effetto positivo: se da un lato molte donne avranno meno opzioni tra cui scegliere, dall’altro potrebbero esserci meno decessi. “È un’alternativa sicura ed efficace”, ha commentato Megan Donovan, policy manager del Guttmacher.

Ma in cosa consiste questa alternativa? Attualmente, esistono due farmaci in grado di provocare un’interruzione di gravidanza. Il primo, il mifepristone o RU-486 (che il New York Times nel 1999 definiva “la piccola bomba che può riscrivere la politica e la percezione dell’aborto”) (3), è uno steroide sintetico che agisce bloccando il progesterone, un ormone necessario al mantenimento della gestazione. Il secondo, invece, è il misoprostolo, un analogo sintetico della prostaglandina E1 che causa la contrazione dell’utero e il successivo sanguinamento, determinando un’interruzione della gravidanza nel 95% dei casi. Negli Stati Uniti, secondo le regole della FDA, questi farmaci sono però ottenibili solo passando attraverso fornitori registrati in cliniche, ambulatori medici e ospedali. Una restrizione, questa, che l’American Medical Association e l’American Congress of Obstetricians and Gynecologists ritengono non necessaria, data l’elevata sicurezza della procedura (4,5).

Anche in Italia il mifepristone è ottenibile solo in ospedale ed è inoltre previsto un ricovero. Oltretutto, come ha ben spiegato la giornalista Annalisa Camilli in un’inchiesta pubblicata da Internazionale, i centri dove è possibile accedere all’aborto farmacologico sono veramente pochi e spesso le donne sono costrette a compiere viaggi lunghissimi per potervi accedere. Nel 2017 la regione Lazio aveva deciso di sperimentare temporaneamente la distribuzione della pillola abortiva nei consultori ma l’iniziativa è stata bloccata dai movimenti Provita, secondo cui questa violava la legge 194, la quale prevede che le interruzioni di gravidanza avvengano solo in un contesto ospedaliero (6). 

Quello della lontananza dai centri specializzati è un problema rilevante anche negli Stati Uniti. “Alcune donne devono viaggiare sei ore”, spiega Rebecca Gomperts. Anche per questo l’FDA ha recentemente approvato lo studio di alcuni approcci alternativi. Ad esempio, una ricerca sta valutando la possibilità di servirsi delle farmacie per fornire la pillola abortiva. In questo modo, anche se le donne dovranno comunque passare per una visita in ospedale o in un centro specializzato per avere la prescrizione, le scorte del farmaco non saranno più fisicamente presenti nei centri; questo dovrebbe placare le ire dei movimenti anti-abortisti, favorendo un incremento del numero dei prescrittori. Un altro studio, invece, sta sperimentando un approccio simile a quello proposto da Rebecca Gomperts, basato sulla telemedicina: i medici visitano le pazienti in video e prescrivono il farmaco che viene consegnato loro per posta. La telemedicina è al centro anche di una terza via, la quale prevede invece la consegna della pillola abortiva presso centri satellite in seguito a una consulenza via video con un medico prescrittore.

“Ci sono molte donne che hanno il diritto legale di abortire ma non possono accedere a questo diritto”, spiega Abigail Aiken, docente di Affari Pubblici dell’University of Texas. In uno studio realizzato nel 2018 su 32 donne che hanno contattato servizi di consulenza online all’estero, come “Aid Access”, Aiken ha dimostrato che le tre ragioni dietro la scelta di non rivolgersi ai servizi statunitensi riguardavano i costi, i tempi e la privacy (7). Gomperts spiega che suggerisce sempre alle donne americane di rivolgersi ai servizi locali, soprattutto perché il farmaco può impiegare 18 giorni per arrivare dall’India. In alcuni casi, tuttavia, questo è impossibile. Per il suo servizio, infatti, la dottoressa olandese chiede 80 € (circa 90 $) ma è disposta ad abbassare il prezzo in caso di difficoltà economiche. Diversamente, sottoporsi a una procedura seguendo i canali ufficiali negli Stati Uniti può costare più di 500 $.

Il problema, conclude Painter, è che in internet si possono trovare migliaia di farmacie disposte a vendere pillole abortive, di qualità e origine sconosciute, senza nessuna prescrizione medica. La linea di demarcazione circa la sicurezza associata all’aborto farmacologico, commenta nelle ultime righe dell’articolo Beverly Wiinikoff – presidente di Genuity, associazione impegnata per la salute sessuale e riproduttiva delle donne – non è quindi “una questione di bianco o di nero”. “La linea la fa la disperazione – conclude –, se si restringono le possibilità di accesso le donne diventano più disperate e sono disposte a provare qualsiasi cosa”.

 

Bibliografia

  1. Painter K. The rise of medical abortion in the US. BMJ 2019; 365: l4297.
  2. Donovan MK. Self-managed medication abortion: expanding the available options for US abortion care. Pubblicato il 17 ottobre 2018.
  3. Talbot M. The Little White Bombshell. Pubblicato l’11 luglio 1999.
  4. American Medical Associaton. Proceedings of the 2018 Annual Meeting of the American Medical Associaton House of Delegates. Memorial resolutions adopted unanimously. 2018.
  5. American Congress of Obstetricians and Gynecologists. ACOG statement on medication abortion. Pubblicato il 30 marzo 2016.
  6. Camilli A. Libere di abortire con una pillola. Pubblicato il 13 aprile 2018.
  7. Aiken ARA, Broussard K, Johnson DM, Padron E. Motivations and experiences of people seeking medication abortion online in the Unites States. Perspectives on Sex Reproductive Health 2018; 50: 157 – 163.