La comunità LGBT a maggior rischio di declino cognitivo?

Uno studio presentato alla conferenza internazionale di Los Angeles della Alzheimer’s Association, lo scorso 14 luglio, sembra aver individuato un rischio maggiore di declino cognitivo in individui omosessuali, bisessuali o transgender rispetto a eterosessuali e cisgender. Lo studio, condotto dall’Università della California, ha indagato il declino cognitivo soggettivo (SCD, subjective cognitive decline), definito con stati di confusione o perdita di memoria e identificato come uno dei primi sintomi di Alzheimer e patologie correlate, che sono andati peggiorando nel corso dell’anno precedente, riportati secondo le percezioni personali dei soggetti coinvolti. Per raccogliere dati, circa 44000 individui di età superiore ai 45 anni sono stati intervistati telefonicamente; di questi il 3% si è identificata come appartenente a una minoranza sessuale o di genere.

Il declino cognitivo soggettivo

Tra questi, circa il 14% ha riportato un aumento di declino cognitivo soggettivo nell’anno precedente, o esperienze in cui si è reso conto di essere sottoposto a stati di confusione o perdita di memoria di frequenza o intensità maggiore rispetto al periodo precedente. Significa più o meno un individuo ogni 7, mentre in eterosessuali e cisgender ci si attesta intorno a uno su 10. Più alta inoltre la percentuale di adulti che ha riportato di aver smesso di intraprendere normali attività quotidiane per il timore di non essere in grado di portarle a termine.

Il team di ricerca non è certo sulle cause di questa disparità, ma ne ha ipotizzate alcune. La prima da prendere in considerazione è il fatto che chi fa parte della comunità LGBT abbia più probabilità di sviluppare depressione, che è stata collegata al rischio di sviluppare la demenza. Spesso, inoltre, alla depressione vengono associati altri disturbi, disagi o problematiche, in un circolo vizioso che non fa altro che peggiorare esponenzialmente situazioni già delicate: malattie sessualmente trasmissibili, la mancanza di un lavoro stabile o problematiche sul posto di lavoro, alti livelli di stress o le difficoltà ad accedere all’assistenza sanitaria sono preoccupazioni molto diffuse nella comunità LGBT e possono portare a un acuirsi dei disturbi psicologici e dell’umore.

Il ruolo della discriminazione

In più, un fattore da non sottovalutare è quello di politiche o atteggiamenti discriminatori che possono portare gli individui appartenenti alla comunità LGBT a chiudersi in se stessi e non esprimere i propri disagi, o cercare assistenza sanitaria nel momento in cui si presentano problemi di salute, rischiando di intraprendere i trattamenti necessari con gravi ritardi o di rinunciare del tutto alle cure. Molti degli appartenenti alla comunità LGBT più anziani, infatti, si trovano davanti ulteriori ostacoli dovuti all’isolamento, alla mancanza di servizi sociali o di operatori che siano formati allo scopo di rispettare le peculiarità di ognuno.

Necessarie ulteriori ricerche

Anche se la ricerca dell’università della California non si può collegare direttamente allo sviluppo della demenza, quindi, uno degli scopi dello studio è quello di attirare l’attenzione sul fatto che gli appartenenti alla comunità LGBT siano meno propensi ad affidarsi ai servizi sanitari – che sia la demenza a insorgere, o altre problematiche di salute. La Alzheimer’s Association finanzia ogni anno ricerche che indagano l’insorgenza di queste patologie nella comunità LGBT e altre minoranze, per svariati milioni di dollari.

Un altro studio riportato durante la conferenza dell’Alzheimer Association ha invece indagato l’efficacia di un tipo di intervento, ancora unico nel suo genere, realizzato in maniera specifica sulle esigenze di pazienti anziani con demenza appartenenti alla comunità LGBT per migliorarne autosufficienza e funzionalità fisica. Si è calcolato che nei soli Stati Uniti circa 350.000 individui appartenenti alla comunità LGBT convivano con una diagnosi di demenza o patologie correlate.