Trattamenti di fine vita: vi sono differenze per i professionisti del settore sanitario?

Trattamenti di fine vita: vi sono differenze per i professionisti del settore sanitario?

di Maria Rosa De Marchi

I professionisti del settore sanitario scelgono o ricevono trattamenti di fine vita diversi rispetto al resto della popolazione? Da questa domanda è partita l’analisi condotta da un team di ricerca canadese e recentemente pubblicato su Jama Network.

Il trattamento di fine vita non sempre riceve la dovuta attenzione. Nel processo di ricerca di continui progressi nella comprensione delle patologie e nella loro gestione, la medicina può non riuscire a dedicare abbastanza attenzione all’inevitabilità della progressione patologica. Di conseguenza, può capitare che i professionisti del settore sanitario non riescano a fornire un trattamento di supporto adeguato per i pazienti terminali, nonostante l’utilizzo di tecniche terapeutiche articolate.

L’invasività della tecnologia nell’assistenza terminale

Per migliorare la qualità di cure l’obiettivo è adeguare il tipo di assistenza a persone in fase terminale della vita alla loro volontà espressa e alle loro preferenze. Per questo motivo, alcuni studi si sono focalizzati sull’identificazione di fattori associati con trattamenti più aggressivi come età, status socioeconomico, origine etnica e religione. Nel Nord America, secondo gli autori dello studio, sono documentati casi in cui non è stata rispettata la volontà di pazienti che avevano espressamente indicato la preferenza per cure non aggressive.

Quando i professionisti del settore sanitario diventano a loro volta pazienti, la percezione all’interno della comunità di professionisti sanitari (ma non scientificamente provata in alcun modo) è che si opti per cure meno invasive, conoscendo i potenziali aspetti negativi legati a questo tipo di trattamento.

L’obiettivo del gruppo di studio quindi è stato quello di paragonare il pattern di cure ricevute da personale sanitario rispetto a normali pazienti (costituiti, dalla definizione dello studio, da persone non registrate come personale medico dell’Ordine dei Medici dell’Ontario).

Gli elementi considerati dallo studio

Gli autori hanno indicato come outcome primario dello studio la probabilità di decesso presso l’abitazione del malato. Tra gli altri parametri valutati, nel corso degli ultimi 6 mesi di vita del paziente, il numero di ricoveri in pronto soccorso, il numero di ospedalizzazioni in seguito a un episodio acuto, i giorni di degenza, il numero di ricoveri in terapia intensiva, numero di visite mediche, numero di ricorsi a ventilazione meccanica e ad altre procedure tra cui intubazione, tracheotomia, dialisi e altri.

In totale sono stati esaminati dati provenienti da 2.516 professionisti del settore sanitario e 954.836 pazienti normali, deceduti in Ontario tra il 2004 e il 2015. I tassi di morte erano simili per i due gruppi di popolazione (42,8% per medici e 39,0% per pazienti normali).

I risultati dello studio

È stato trovato che il rischio di ricovero in pronto soccorso nei 6 mesi precedenti il decesso era minore per i medici rispetto ai normali pazienti (73,0% vs 78,4%) ma non lo era il rischio di ricovero ospedaliero (67,0% vs 70,6%); il rischio di ricovero in terapia intensiva era maggiore (20,8% vs 19,1%) ma non lo era quello di intubazione (4,2% vs 3,3%). Non sono state trovate differenze significative nelle due popolazioni della percentuale di pazienti che sono stati sottoposti a ventilazione meccanica, dialisi o rianimazione cardiopolmonare.

Secondo questa analisi quindi, le differenze nei metodi e sistemi di trattamento di fine vita ricevuto dai medici rispetto ai normali pazienti erano modeste rispetto all’ipotesi iniziale. È possibile leggere lo studio completo sul sito di Jama Network.