Ebola

Nuovi focolai d’Ebola, mentre la ricerca è sotto attacco

di Luca Mario Nejrotti

L’emergenza ebola non accenna a diminuire nella Repubblica Democratica del Congo e il clima di violenza ostacola pesantemente i protocolli sanitari di cura e contenimento.

L’opportunità di un’emergenza.

Abbiamo già parlato dell’emergenza sanitaria dovuta allo scoppio dell’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dal 2018 (vedi, vedi e vedi): allo stato attuale i decessi sicuri sono 1782, mentre i casi totali sono 2565 (vedi).

Attualmente il dispiegamento di forze nella Repubblica democratica del Congo (RDC) è impressionante: gli scienziati hanno risposto all’epidemia in corso arruolando oltre 500 partecipanti in uno studio senza precedenti di farmaci sperimentali, hanno vaccinato circa 170.000 persone e sequenziato i genomi di oltre 270 campioni di Ebola raccolti dai malati.

Un esempio di ricerca rigorosa e efficace che dovrebbe dare risposte definitive nella lotta alla malattia. I progressi sono drammaticamente necessari: si tratta, infatti, della seconda epidemia più grande mai registrata e la prima a colpire in una zona di guerra. La violenza ha ostacolato gli sforzi per contenere il virus, spingendo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) a dichiarare “un’emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale” il 17 luglio.

Una situazione al limite.

Lavorare in una zona di conflitto ha costretto i ricercatori ad adattarsi a misure straordinarie (vedi). I test vengono condotti in modo rigoroso in contesti in cui omicidi, rapimenti e incendi dolosi sono all’ordine del giorno e in cui i soccorritori sono sottoposti a ripetuti attacchi. Eppure, sebbene i soli progressi biomedici non possano sconfiggere l’ebola, gli scienziati che studiano questo focolaio sperano che le loro crescenti conoscenze aiuteranno a mettervi fine e a limitare quelli a venire.

“Non è facile”, afferma Jean Jacques Muyembe Tamfum, un microbiologo che ha contribuito a scoprire l’Ebola e ora dirige l’Istituto nazionale per la ricerca biomedica (INRB) di Kinshasa “mentre svolgi le tue ricerche la gente sta sparando.”

Un caso nazionale.

Lui e altri ricercatori congolesi stanno anche impegnandosi per garantire che eventuali progressi andranno a beneficio della loro patria, che ha subito più focolai di Ebola rispetto a qualsiasi altro Paese. “È molto importante svolgere le ricerche qui perché alla fine, l’Ebola è il nostro problema”, afferma Sabue Mulangu, ricercatrice di malattie infettive all’INRB.

Misure estreme.

Gli scienziati sapevano poco del virus fino al 1995, quando un focolaio a Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo, uccise 245 persone in sei mesi. Muyembe, Heymann e altri ricercatori poterono documentare in che modo il virus provocasse un’emorragia interna fino a quando gli organi collassavano. Alla disperata ricerca di una cura, Muyembe trasfuse sangue da persone che avevano vinto l’Ebola – che sospettava fosse ricco di anticorpi contro il virus – in otto persone in preda alla malattia. Sette sopravvissero.

Purtroppo, i risultati di quella decisione così arrischiata non furono più replicati in laboratorio, ma nel 2006, Muyembe inviò due sopravvissuti di Kikwit al National Institute of Allergies and Infectious Diseases (NIAID) di Bethesda in Maryland, dove i ricercatori riuscirono a isolare e studiare gli anticorpi dei volontari. Uno dei farmaci testati nell’ultimo focolaio, mAb114, si basa sugli anticorpi di questi sopravvissuti di Kikwit.

Ostacoli di guerra.

Ogni aspetto dell’epidemia è influenzato dalla lunga storia dell’area di conflitti e traumi. I residenti hanno sopportato più di due decenni di terrore da parte di gruppi armati, insieme a sfruttamento delle risorse, instabilità politica e abbandono da parte del mondo in generale. Ciò ha suscitato sfiducia nei confronti delle autorità – compresi gli operatori sanitari stranieri – e teorie della cospirazione sul perché l’Ebola è fiorente. Una voce popolare sostiene che i soccorritori dell’ebola iniettano alle persone sostanze mortali nei centri di trattamento e nei siti di vaccinazione.

Queste falsità hanno provocato quasi 200 attacchi ai soccorritori e ai centri di trattamento per l’Ebola quest’anno finora, secondo l’OMS.  Sette persone sono state uccise e 58 ferite.

Follow up impossibili.

Per adattarsi al conflitto, i ricercatori clinici presso un centro di Ebola a Beni, gestito dall’ente benefico medico francese ALIMA, forniscono telefoni cellulari ai pazienti che effettuano il check-out dalla clinica. Ciò consente loro di rimanere in contatto, anche se il conflitto rende impossibile mantenere gli appuntamenti di follow-up. Molte persone usano il servizio come helpline di emergenza, afferma Émilie Gaudin, un ufficiale di supporto di ALIMA. “A volte un paziente ci chiama e dice “Vogliono uccidermi”.

Per evitare la violenza sui vaccinati, le nuove strategie prevedono di creare punti estemporanei di vaccinazione, in cui i volontari possano seguire il protocollo sanitario lontano da occhi indiscreti e dalle aggressioni di chi li ritiene “untori” dell’Ebola.

Nonostante questo difficile ambiente, il processo farmacologico sta per concludersi, manca poco a raggiungere un campione d’esame statisticamente sufficiente, ma ci sono già indizi che i trattamenti stanno funzionando. Il tasso di mortalità nei centri di trattamento per l’Ebola, in cui tutti i pazienti ricevono uno dei farmaci sperimentali, è del 35–40%, rispetto al 67% complessivo di questo focolaio. Quest’ultima cifra riflette il gran numero di persone che sono morte a casa o in strutture che non sono attrezzate per curare l’Ebola.

Una volta superata l’emergenza, i ricercatori sperano di potere rivedere i dati per poter conoscere meglio le diverse caratteristiche dei ceppi della malattia

Fonti.

https://www.who.int/ebola/situation-reports/drc-2018/en/

https://www.nature.com/articles/d41586-019-02258-4