Terapie digitali, il beneficio è clinico o commerciale?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Nel novembre del 2017 la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato, per la prima volta, la versione digitale di un farmaco: Abilify MyCite, variante hi-tech dell’agente anti-psicotico aripiprazolo. A rendere digitale questa versione del neurolettico in uso da più di 15 anni è stata l’aggiunta di un sensore ingeribile, che è in grado di trasmettere un segnale a un’applicazione dello smartphone nel momento in cui il farmaco viene assunto ed entra in contatto con gli acidi gastrici presenti nello stomaco. In questo modo, la versione digitale di aripiprazolo permette tanto ai medici quando ai pazienti e caregiver di monitorare l’aderenza al trattamento. Tuttavia, secondo i risultati di una revisione sistematica pubblicata di recente su BMJ Evidence-Based Medicine, il processo di approvazione e l’uso di questa terapia – spesso descritti con toni entusiastici nella letteratura scientifica e dai media – si baserebbe in realtà su dati scientifici molto limitati (1). Inoltre, c’è il sospetto che la digitalizzazione di questa terapia rappresenti solo un escamotage commerciale utile a prolungare il monopolio dell’azienda produttrice.

Secondo alcune stime la possibilità di agire in modo efficace sul problema della non-aderenza ai trattamenti permetterebbe di risparmiare, solo negli Stati Uniti, miliardi di dollari (2). Anche per questo motivo negli ultimi anni sono state sviluppate diverse tecnologie utili ad arginare questo fenomeno. Tra queste, le digital drugs come Abilify MyCafe sono forse considerate le più promettenti, almeno a giudicare dai commenti comparsi sulle riviste di settore e sui media. Tuttavia, poiché ogni anno una quantità notevole di risorse vengono spese per l’acquisto di aripiprazolo (negli Stati Uniti, ad esempio, questa cifra è arrivata nel 2015 a superare i 7 miliardi di dollari) (3), è ragionevole chiedersi quali siano le evidenze scientifiche che hanno giustificato l’approvazione della sua versione digitale da parte dell’FDA.

È quello che ha fatto un gruppo di ricercatori americani, i quali hanno analizzato tutti i dati clinici portati a supporto dell’approvazione di Abilify MyCafe e, inoltre, hanno valutato l’eventuale presenza di un effetto spin – definito dalla tendenza a descrivere un approccio terapeutico evidenziandone i benefici in modo esagerato rispetto alle evidenze – nella letteratura scientifica e sui media. “La segnalazione distorta e non equilibrata di informazioni sanitarie – scrivono gli autori – può generare false speranze e minare la capacità dei pazienti di compiere scelte informate sulla loro salute”.

Per quanto riguarda i dati clinici utilizzati per l’approvazione di Abilify MyCafe, l’analisi ha messo in evidenza come questi fossero limitati alla valutazione del corretto utilizzo del farmaco da parte dei pazienti. “Non c’è nessuna evidenza che dimostri la sua superiorità e o la non-inferiorità rispetto alla versione non digitale di aripiprazolo o a un placebo – spiegano i ricercatori – e i dati sulla sicurezza sono scarsi”. L’assenza di un trial comparativo di fatto fa sì che non sia possibile sapere se l’utilizzo di Abilify MyCafe aumenti realmente l’aderenza al trattamento, migliori la qualità di vita o riduca la gravità dei sintomi e il numero di ospedalizzazioni.

Particolarmente grave è, secondo gli autori, il fatto che non ci si sia preoccupati di studiare nel dettaglio i possibili effetti avversi associati alla somministrazione del farmaco digitale. “I pazienti che soffrono di gravi patologie psichiatriche spesso soffrono di paranoia – scrivono –; un medicinale con un sensore ingeribile porta il concetto di sorveglianza a un nuovo livello, per cui i potenziali effetti negativi in questa popolazione di pazienti devono essere presi in seria considerazione”. La mancanza di una valutazione di questo tipo è, secondo i ricercatori, indice che la scelta di approvare Abilify MyCafe come primo farmaco digitale potrebbe essere motivata da scopi commerciali più che scientifici.

In particolare, lo sviluppo di una variante digitale di un farmaco rappresenterebbe l’ultima di una delle tante strategie – le cosiddette evergreening strategies (4) – che le aziende farmaceutiche utilizzano per prolungare la durata del brevetto di un farmaco e aggiudicarsi così il monopolio della produzione per un ulteriore periodo di tempo. In alcuni casi, infatti, le industrie riescono a raggiungere questo obiettivo aggiudicandosi la proprietà intellettuale di una piccola modifica realizzata su un farmaco già esistente, facendola passare per un’innovazione. “Le possibilità fornite dalla tecnologia basata sull’utilizzo di sensori apre le porte a nuove pratiche di questo tipo – sottolineano gli autori –, un evergreening 2.0”.

Infine, lo studio pubblicato su BMJ Evidence-Based Medicine ha messo in evidenza l’esistenza di un effetto spin – “probabilmente controllato dall’industria” – relativo alla versione digitale di aripiprazolo, descritto in modo esageratamente positivo sia sulle riviste di settore che nei media generalisti. “La caratterizzazione positiva non basata su dati sostanziali rappresenta un problema di salute pubblica – si legge nella parte conclusiva dell’articolo – perché sono i contenuti di quelle riviste che guideranno la pratica clinica, l’implementazione di nuove policy e probabilmente lo sviluppo di nuovi trattamenti”.

 

Bibliografia

  1. Cosgrave L, Cristea IA, Shaughnessy AF, et al. Digital aripiprazole or digital evergreening? A systematic review of the evidence and its dissemination in the scientific literature and in the media. BMJ Evidence-Based Medicine 2019; http://dx.doi.org/10.1136/bmjebm-2019-111204.
  2. Iuga AO, McGuire MJ. Adherence and health care costs. Risk Management and Healthcare Policy 2014; 7:35-44.
  3. Brown T. 100 most prescribed, best selling branded drugs through September. Medscape Medical News, 2014.
  4. Collier R. Drug patents: the evergreening problem. CMAJ 2013; 185:E385-E386.