Vaccini: se ci facessimo un’iniezione di buona scienza? 

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Cosa succede se un grande giornalista non specializzato in medicina decide di interessarsi al tema dei vaccini? Succede che possiamo contare su una nuova e chiarissima analisi di una questione che non riguarda soltanto un argomento di sanità pubblica, ma tocca aspetti centrali della vita civile. Douglas Rushkoff si interessa di media, di cultura cyberpunk, di problematiche sociali legate alla circolazione delle informazioni: su questo scrive sul Guardian e su altri media, ma soprattutto in un blog che cura sulla piattaforma Medium.

Douglas si è preso l’Herpes zoster e questa sfortunata – e dolorosa – circostanza lo ha obbligato a riflettere sul proprio rapporto con la salute e con le vaccinazioni: “una tra le storie più difficili che abbia mai indagato”, ha ammesso. Ma cosa rende così complicata una faccenda che, dopotutto, sembrerebbe semplicemente una straordinaria opportunità per star meglio in salute? (1).

Rushkoff ha cercato di parlare con medici che sconsigliano ai genitori e ai pazienti alcune vaccinazioni per timore che il sistema immunitario “si sovraccarichi”. Medici che però, osserva, parlano solo a condizione di mantenere l’anonimato, per evitare di incorrere nelle sanzioni previste anche negli Stati Uniti dagli ordini professionali. Il giornalista precisa che il suo interesse per il parere dei medici no-vax non era dovuto al desiderio di contrapporre pareri diversi, dal momento che non è vero che un giornalismo “equilibrato” debba dare uguale peso a entrambe le parti del dibattito sulla vaccinazione: “Le persone dovrebbero essere immunizzate. Punto. (Almeno, la maggior parte di noi dovrebbe, il più delle volte)”. Insomma, finalmente niente false balance (2).

“I vaccini funzionano e, per la maggior parte, i rischi sono infinitesimali” spiega Rushkoff, “ma alcune persone potrebbero effettivamente sperimentare reazioni avverse ai vaccini. Esiste persino un programma nazionale di risarcimento finanziato dal governo statunitense per compensare chi dovesse subire dei danni. Probabilità remote, ma sufficienti per spaventare alcuni genitori e per suggerire ad alcuni medici comportamenti ambigui, al limite – o francamente al di là – dell’etica professionale. “Considerando ogni genitore preoccupato alla stregua di un folle non si fa un favore a chi lavora per diffondere le vaccinazioni” e la chiusura delle pagine no-vax da parte di Facebook fa sì che un numero sempre maggiore di cittadini si rafforzi nella convinzione che su questo argomento operino delle lobbies segrete manovrate dai “poteri forti”: una prova “che l’establishment medico – d’accordo con i big media – sia al lavoro per insabbiare. Avere i censori di Facebook dalla tua parte non è necessariamente una cosa positiva.”

Un problema nel problema è che il genitore sospettoso è molto spesso ricco e indolente, osserva Rushkoff, e leggende metropolitane ampiamente smentite si trasformano in scuse per evitare qualcosa che si ritiene a torto non particolarmente pericoloso e comunque assai scomodo: a nessuno piace fare la fila al centro vaccinale, magari senza potersi sedere e con bambini piccoli aggrappati al collo. “E ai nuovi genitori ansiosi e informati su Internet non piace l’idea di una finanche remota possibilità di reazione allergica ad un vaccino e non conta, per molti, che la probabilità di morire per una malattia infantile altrimenti prevenibile sia molto più alta se a un bambino viene negata una vaccinazione. La loro paura potrebbe non essere logica, ma è una reale reazione emotiva.” Poco importa che portare il bimbo dal pediatra in automobile esponga genitori e figli ad un rischio molto maggiore.

Fortunatamente, tra i pediatri ascoltati da Rushkoff ce ne sono diversi che hanno scelto una strategia basata sul convincimento: toni persuasivi e coinvolgenti, a partire dall’ammissione di un minimo margine di rischio, di gran lunga minore dei benefici. Una flessione nella percentuale di persone vaccinate mette a rischio l’intera comunità: “In un mondo ideale nessuno dovrebbe sopportare le iniezioni, pagare le tasse o fermarsi col rosso al semaforo. Ma vivere in una comunità significa non solo assumersi la responsabilità della propria salute, ma fare scelte difficili per il benessere collettivo. Ed è anche il motivo per cui dobbiamo contribuire di più, non di meno, al lavoro delle istituzioni che fanno ricerca e diffondono raccomandazioni sulle politiche di sanità pubblica”, per migliorare la penetrazione dei messaggi e la loro chiarezza. Talvolta sembra che la società sia stata paralizzata da una reazione avversa (immunitaria?) all’informazione sulle vaccinazioni, riflette ironicamente l’autore, al punto che può apparire normale che la consapevolezza su questi argomenti sia costruita chiacchierando con le amiche durante le lezioni di yoga.

“La nozione di immunità di gruppo potrebbe applicarsi in modo altrettanto convincente alle idee. Farci iniettare un po’ di informazione scientifica corretta ci permetterebbe di esporci ai dubbi degli scettici senza che le nostre risposte provochino un danno”.

 

 

Bibliografia

  1. Rushkoff D. Why America is playing vaccine roulette. Gen-Medium, 31 luglio 2019.
  2. Offit P. Quando i talk show diventano il palco della disinformazione. Forward, 1 ottobre 2019.