Ota Benga, il “boscimano dai denti affilati”

di Patrizia Biancucci

La tribù dei Mentawai è una popolazione indigena dell’Indonesia, rimasta isolata su un’isola a ovest di Sumatra, famosa per la dieta a base di bruchi, le capanne decorate con teschi di animali e i denti affilati per sentirsi più belli e più attraenti agli occhi dei partner.

L’avulsione degli incisivi presso alcune società odierne e del passato è invece un vero e proprio rito di iniziazione: consiste nella estrazione degli incisivi, spesso i due centrali superiori, ma si può arrivare fino all’avulsione di sei denti, effettuata con strumenti di legno o di pietra. Risultava diffusa nel Magreb paleolitico, ma è ancora praticata tra gli aborigeni australiani e presso alcune tribù africane della Tanzania (Shilluk, Masai, WaGogo).

Gli Shilluk dell’Alto Nilo, sostengono che si cavano gli incisivi perché tanto prima o poi cadrebbero da soli o perché altrimenti sporgerebbero.

I Nilotici, che si tolgono principalmente i quattro incisivi inferiori nella pubertà, ritengono utile l’avulsione per “distinguersi dalle bestie”. Lo storico arabo al-Maqrizi riferiva di questa spiegazione nel XV secolo riferendosi ai Begia: “vi è una tribù fra essi che si strappa gli incisivi, al fine di non somigliare agli asini”. Alice Werner, riferendo l’analoga mutilazione rituale fra gli Yao, Nyika e Tonga dell’Africa centro-orientale, ricorda la spiegazione dei BaToka: “essi rispondono che il loro scopo è di somigliare ai buoi, mentre quelli che non si tolgono i denti sono da loro considerati rassomiglianti alle zebre”.

I Masai sostengono che gli incisivi vanno estratti perché in caso di malattia (forse solo nel caso di tetano) è più facile inserire il cibo in bocca per nutrire la persona. Alcune sezioni Masai praticano la rimozione dei canini nei denti da latte, pensando che possano causare malattie gravi ai bambini. Anche uno o due incisivi possono essere rimossi negli adulti, dicono per permettere l’alimentazione in caso di paralisi della mandibola, ma è più probabile che si tratti di un segno di riconoscimento; infatti, essendo frequente il furto dei bambini tra comunità diverse, si marchiavano i bambini della tribù allo scopo di poterli riconoscere.

I denti di pantera di Ota Benga, limati secondo la tradizione tribale

E poi c’è la triste storia di Ota Benga, il “Pigmeo”, martire del Darwinismo e considerato un secolo fa il mitico “anello mancante”. Esposto nello zoo del Bronx di New York e collocato nella gabbia delle scimmie, il 9 settembre 1906 il New York Times dedicò a questo “boscimano dai denti affilati” un articolo che portò ben 40mila persone a vedere quel ragazzo che condivideva la stessa casa di Dohong, celebre orango addestrato per eseguire trucchi e imitare il comportamento umano.

La storia di Ota Benga, membro del popolo di pigmei Mbuti, nei pressi del fiume Kasai del Congo Belga, si intreccia con quella di Leopoldo II del Belgio, il “Macellaio del Congo”, che decise di sfruttare intensivamente le risorse di gomma congolesi sterminando nell’arco di 23 anni circa 10 milioni di nativi congolesi. Raso al suolo il suo villaggio, la moglie e le due figlie uccise, Ota Benga venne catturato dagli schiavisti locali, venduto ai colonizzatori nel 1904 per una libbra di sale e un pezzo di stoffa, portato in Louisiana per essere esposto per la prima volta a St. Louis.


Ota Benga visse per breve tempo in Congo, ma ben presto fu riportato negli Stati Uniti dove iniziò a lavorare per l’American Museum of Natural History di New York come intrattenitore per i visitatori. Sebbene “civilizzato suo malgrado”, con abiti occidentali e una protesi per i denti, Benga aveva iniziato a progettare il suo ritorno in Congo, ma l’arrivo della Prima Guerra Mondiale distrusse ogni speranza tanto che, il 20 marzo del 1916 all’età di 32 anni, Benga si estrasse le capsule dai denti, accese un fuoco cerimoniale, si denudò e comincio a ballare come fosse tra la sua gente. All’alba si sparò un colpo al cuore con una pistola rubata.

Anche Dennis Avner, uomo gatto dei giorni nostri, è morto suicida all’età di 54 anni, il 5 novembre 2012 nella sua casa in Nevada, probabilmente vittima della depressione. Veterano della Marina degli Stati Uniti, Dennis Avner si era fatto fare il primo tatuaggio a 23 anni: le strisce di tigre sulla pelle sono state l’inizio di un’interminabile e dolorosissima serie di operazioni chirurgiche e modifiche del corpo, con un costo di oltre 100 mila dollari. Si era fatto costruire le unghie lunghe, denti da felino e piercing alla bocca e al naso per fissare i baffi artificiali con l’obiettivo di assomigliare il più possibile ad una tigre, suo animale totemico, proprio come vuole la tradizione degli indiani Uroni. I suoi progenitori infatti sono le popolazioni di nativi del Nordamerica, i Lakota e gli Uroni.