Il bello dell’essere politicamente scorretti: una lettera di Riccardo Falcetta

di Mario Nejrotti

La lettera del dottor Riccardo Falcetta, medico del lavoro di vasta esperienza e Coordinatore della Commissione salute e sicurezza ambienti di lavoro e di vita dell’OMCeO di Torino, in uno stile, come dice l’autore “non scientifico e politicamente scorretto” vuole sottolineare soprattutto per i giovani medici, ma coinvolgendo in una riflessione tutti i colleghi, scottanti problemi che riguardano la professione.

Il suo scritto, in modo a volte graffiante, ripercorre dai tempi della sua infanzia e non solo medica, le variazioni sociali, culturali e scientifiche che hanno influenzato l’essere medico.

Per riportare l’obiettivo sul focus principale della professione che Falcetta definisce fin dall’inizio del suo scritto, essere la “salute dei cittadini”, passa attraverso scenari di una medicina che ha perso nel corso degli anni umanità, a favore di una tecnologia sempre più imperante, ma talvolta cieca. Che è meno libera, non perché il medico non sia libero, ma perché organizzazione sanitaria e burocrazia, lo mettono spesso in difficoltà. Che non è priva di ambiguità, legate ora a necessità di autodifesa dei professionisti, ora a interessi industriali, che per essere equilibrati con le necessità di cura dei cittadini, vanno prima compresi e portati alla luce. Per giungere infine a un’osservazione più programmatica che polemica, sull’educazione professionale del medico, che si conclude in un invito i giovani a chiedere a gran voce una formazione moderna e completa all’Università, che naturalmente non può prescindere dall’evoluzione della scienza e dalle nozioni più aggiornate, senza trascurare, però, aspetti umani, sociali e pratici, che da sempre fanno parte del DNA del medico.

Giovane collega ti scrivo

Considerazioni non scientifiche e politicamente non corrette, ma basate sull’esperienza di un medico attempato

Caro/a collega,

ritengo che una delle fregature attuali della nostra professione sia quella di avere un grande passato ma, allo stato dell’arte e dell’evoluzione, di essere orbata di un avvenire autonomo e realmente utile a quello che rimane il nostro target: la salute dei cittadini.

Questo piccolo scritto, che ha un elevato rischio di autoreferenzialità, non vuole insegnare niente a nessuno. Lo stile è volutamente lontano da una pretesa di scientificità e attinge direttamente dal mio vissuto e da “sensazioni personali”, corroborate da una sana e sufficientemente datata esperienza sul campo.

Quando iniziai a strutturare nella mia testolina l’idea di “diventare dottore” avevo circa tredici anni. Per inciso:  provengo da una famiglia “normale”, intendendo per normalità una situazione relativamente diffusa nella popolazione generale nella prima metà degli anni settanta: mio padre impiegato statale (terza media), mia madre casalinga (con corollario di lavori saltuari a domicilio “per conto terzi” – montaggio biro, sbavatura di pezzi di plastica per conto di aziendina dell’indotto di una grande fabbrica di automobili che, allora, si trovava a Torino), con non infrequenti difficoltà ad “arrivare a fine mese”, come si direbbe oggi.

Mi sarei accorto più tardi, pubblicando sul “CLISTERE”, noto bollettino della sinistra extraparlamentare studentesca della prima metà degli anni ottanta del secolo scorso,  uno studio epidemiologico pensato e condotto dall’allora studente Paolo Boffetta, oggi epidemiologo di fama mondiale, che rispetto alla popolazione degli iscritti a medicina ero”anormale”: infatti,  nei primi anni ottanta, appartenevo (ma non è una colpa) al 13% di iscritti a medicina proveniente da famiglie con genitori privi di istruzione superiore, a fronte del 60% che proveniva  da famiglie con almeno uno dei genitori laureato (il 10% in medicina), ed al  27% con almeno uno dei genitori diplomato.

Per il ragazzino adolescente nato nella periferia urbana di una grande città industriale, diventare dottore significava, oltre che tentare di salire nella scala sociale, fare una professione che curava le persone dalle malattie”, salvo poi capire che quelle malattie non erano, come mi capitava di sentire dalla mia nonna, una “punizione di Dio perché ti sei comportato male”, ma erano una cosa un attimino più complessa e che, spesso, avevano della cause che man mano che il tempo passava, diventavano sempre più comprensibili e individuabili.

Insomma il medico che albergava nella mia testolina era un professionista che, sicuramente, curava le malattie, ma anche un medico che insegnava alle persone come si faceva a “evitare le malattie”, oggi direi a fare prevenzione primaria, promuovendo la salute.

Già allora era il contatto, sia fisico – la visita medica – sia relazionale – il medico che “chiacchiera” con il paziente/persona che ha davanti – che mi affascinava. Tutto ciò che non era incluso in queste categorie – gli esami, la “puntura”, la “fotografia”, il dottore che “ti taglia la pancia” – mi infastidivano e, in alcuni casi, mi terrorizzavano, in senso letterale.

Quando poi mi sono iscritto a Medicina la cosa che più mi attizzava era “capire come eravamo fatti dentro”. Insoddisfatto delle lezioni di anatomia, mi azzardai, con alcuni iscritti al primo anno, a fare capolino nelle sale settorie di anatomia patologica delle Molinette.

Ricordo ancora, devo dire con un certo raccapriccio,  la frase con cui il medico, iniziando le operazioni autoptiche, presentò la salma che stava entrando in sala settoria:  “Ecco a voi” – disse –  “il prodotto finito del medico!”.

Erano tempi (fine settanta – inizi ottanta) in cui la riforma sanitaria (la famosa 833) era stata appena varata. Vi si parlava di universalismo, di parità di accesso alle cure, di prevenzione, di epidemiologia, di fattori di rischio, di cause ambientali della malattia, di cause sociali della malattia (la legge Basaglia!).

Ma…. La strada della formazione del medico aveva già preso un’altra direzione. Da un medico che aveva i suoi pilastri culturali e professionali sicuramente nella buona conoscenza dell’anatomia, della istologia, della fisiologia di base,  e della grande patologia medica e chirurgica con annessa anatomia ed istologia patologica e una spruzzata di radiodiagnostica di base, oltre alla conoscenza del contesto ambientale, culturale nel quale si collocavano i “pazienti”,  si stava passando lentamente ma inesorabilmente ad un medico superspecialista, che sarebbe stata alla base dell’attuale formazione riduzionista, meccanicista, organicista che si è concretizzata in tanti piccoli recinti, vere e proprie gabbie culturali e professionali,  che si occupano della “patologia dell’alluce sinistro” di turno, perdendo di vista il fatto ineludibile che quell’alluce sinistro appartiene ad una persona intera (oggi diciamo: Unità tra soma e psiche).

Erano i tempi in cui si discuteva di “Tabella XVIII” e di riforma degli studi medici; peccato che invece di virare verso una medicina alla portata di tutti, basata sulla relazione, su un utilizzo intelligente delle tecnologie che in quegli anni cominciavano a fare parte del panorama della professione e, soprattutto, su una applicazione concreta della prevenzione nelle scelte politiche (“la salute in tutte le politiche”, come si diceva allora) si sia intrapresa la strada che ci ha portato alla situazione attuale che scambia la salute per una attività economica manifatturiera (il brutto termine utilizzato è “Filiera della salute”!), con l’applicazione del concetto di produttività (il manuale Toyota!) a situazioni che con la produttività industriale non hanno nulla a che fare. 

Il medico che serviva era un medico che privilegiasse l’approccio olistico, consapevole delle influenze che l’ambiente di vita, di lavoro, familiare e di relazioni sociali e culturali hanno su quel delicato equilibrio che chiamiamo salute. Questo medico, culturalmente e scientificamente, è stato soffocato in utero. Infatti il medico medio che esce dalla facoltà, oggi, è un medico magari molto più inzeppato di nozioni e di preparazione teorica rispetto alla mia generazione ma, frequentemente, privo degli strumenti che consentono di calare quelle nozioni e quella preparazione teorica nella realtà vitale quotidiana, che non è solo nozionistica e, spesso, non se ne fa nulla di teorie che non riesce a capire nella loro astruseria ideologica.

In effetti, oggi paghiamo, come professione,  in maniera salata questa spoliazione culturale e di autonomia professionale, che ci obnubila e ci toglie dalla vista, in nome di una incomprensibile “efficienza”,  quello che era e rimane l’obiettivo e la motivazione principale del nostro “essere medici”: la salute delle persone (unicum di soma e psiche), non intesa come assenza di malattia, bensì come benessere fisico, psichico e sociale, che richiede, per essere perseguito in modo sostanziale, un  buon mix di appropriatezza ed efficacia  del nostro essere medici.

In conclusione, caro studente di medicina, caro neo laureato in medicina per fare il medico in modo sostanziale:

  • devi lottare per recuperare la relazione con le persone che soffrono, capire perché soffrono, capire la loro storia, ascoltare i loro racconti senza prendere scorciatoie di varia natura che, spesso, non ti sono utili a capire ma, soprattutto, non consentono alla persona che hai di fronte di capire quale possa essere il tuo ruolo per aiutarla: in una parola, devi essere empatico.
  • Devi fare un uso intelligente delle tecnologie che hai a disposizione;
  • Devi cercare di capire le cause delle situazioni che ti ritrovi davanti sotto forma di sofferenza e devi essere consapevole che la comprensione della cause è la strada maestra per aggiustare (o quanto meno gestire al meglio) i danni che da esse derivano e per fare in modo che non ne combìnino di ulteriori;

Qualcuno penserà: eccolo lì! Il solito luddista. L’antitecnologico che nega trent’anni di miglioramento delle tecniche diagnostiche, per rifugiarsi nell’intimismo relazionale del rapporto tra medico e paziente.

Potrei rispondere che, troppo frequentemente (ed in maniera gravemente sospetta, in molti casi) il miglioramento della diagnosi (cioè una quantità di accertamenti sanitari molto spesso pletorica) si è trasformato nel pretesto per “inventare” nuove patologie che tali non sono nella realtà, ma che,  come tali sono percepite (il colesterolo!!) e come tali stimolano la domanda di un qualche intervento diagnostico/terapeutico, spesso inutile, ma che “aumenta il fatturato”.

Manca lo spazio, in questa sede, per approfondire le tematiche poste dal precedente paragrafo.

Resta  lo spazio, invece,  per urlare a gran voce che è arrivata l’ora di riformare il percorso formativo del medico, che deve essere meno “scienziato”, evitando il vano tentativo di fornire subito una spiegazione “scientifica” a tutte le cose di questo mondo,  e più “umano”, recuperando necessariamente ciò che non è catalogabile sotto un criterio rigidamente nosografico, riduzionista, organicista e meccanicista, ma solamente riconsiderando l’essere umano come unicum non catalogabile che necessita di risposte che sono instaurabili solo con una sana  relazione con il professionista curante.

Un augurio e un auspicio finale: chiedete a gran voce che vi vengano forniti, in facoltà, durante la vostra formazione,  gli strumenti per capire come è fatto il mondo in cui andate a fare i medici, come sono strutturate, non solo anatomicamente (il corpo), ma anche culturalmente e filogeneticamente, le persone con le quali “farete i medici”.

Solo in questo modo riuscirete a svolgere la vostra professione di medici in modo appropriato, efficace. 

Insomma utile non solo a voi stessi, ma anche agli altri.

Buona fortuna

Dott. Riccardo Falcetta

Coordinatore Commissione salute e sicurezza ambienti di lavoro e di vita

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