Come si formano i ricordi “indelebili”

di Luca Mario Nejrotti

Una squadra di ricercatori californiani sta indagando i meccanismi neurali dietro la formazione dei ricordi, per spiegare come mai alcuni restano indelebili nella memoria ed altri sbiadiscono fino a scomparire.

Reti di neuroni.

Sembra che la probabilità che un ricordo permanga nella nostra memoria sia direttamente proporzionale al numero di neuroni che in sincronia gestiscono quel ricordo.

L’esame dell’attività neuronale dei topi ha mostrato che i singoli neuroni dopo uno stimolo cambiano il proprio modo di reagire agli stimoli e permangono in questo stato per alcuni giorni. Nel caso di gruppi di neuroni con attività sincrona inter e intraemisferica mostrano stabilità per diverse settimane. La probabilità che un neurone mantenga la stessa reattività per giorni è proporzionale al numero di neuroni con cui la sua attività è sincrona. Sembrerebbe, quindi che le informazioni memorizzate nei singoli neuroni siano relativamente labili, ma possano essere archiviate in modo affidabile in reti di neuroni attivi in modo sincrono.

I risultati saranno preziosi nel valutare come i danni cerebrali possano colpire la memoria e in ultimo, si spera, come questa possa essere recuperata.

Topi in un labirinto.

L’esperimento dei ricercatori del California Institute of Technology (vedi) ha coinvolto alcuni topi, posti in un recinto con pareti bianche. Le estremità e il centro del recinto sono state segnalate con simboli specifici sui muri e alle estremità è stata collocata dell’acqua zuccherata. Durante l’esplorazione del topo, i ricercatori hanno misurato l’attività di neuroni specifici nell’ippocampo del topo (la regione del cervello in cui si formano nuovi ricordi) che sono noti per codificare i luoghi.

Se all’inizio gli animali erano disorientati, ripetendo l’esperienza il loro percorso verso l’acqua zuccherata si faceva sempre più sicuro, come il riconoscimento dei simboli sui muri, che attivava sempre più neuroni.

Per studiare come i ricordi svaniscano nel tempo, i ricercatori hanno quindi allontanato i topi dalla pista per un massimo di 20 giorni. Al ritorno in pista dopo questa pausa, i topi che avevano formato forti ricordi codificati da un numero maggiore di neuroni ricordavano rapidamente il percorso.

Questo succedeva anche se una parte dei neuroni originariamente modificati non aveva più la stessa configurazione.

Repetita iuvant.

In altre parole, la presenza di gruppi di neuroni sincroni consente al cervello di avere una ridondanza di informazioni e di mantenere ancora i ricordi anche se alcuni dei neuroni originali tacciono o sono danneggiati.

Da sempre si sa che più si pratica un’azione, maggiori sono le possibilità che si ricordi in seguito e questo studio mostra una possibile spiegazione scientifica: più si pratica un’azione, maggiore è il numero di neuroni che la codificano.

Se finora si riteneva che per proteggere un ricordo occorresse aumentare le connessioni con il neurone che lo codifica, ora si apre anche una strada che suggerisce che l’aumento del numero di neuroni che codificano lo stesso ricordo consente alla memoria di persistere più a lungo.

I ricordi sono così fondamentali per il comportamento umano che qualsiasi danno può avere un forte impatto sulla nostra vita quotidiana. La perdita di memoria che si verifica come parte del normale invecchiamento può essere un handicap significativo per gli anziani. Inoltre, la perdita di memoria causata da diverse malattie, in particolare l’Alzheimer, ha conseguenze devastanti che possono interferire con le routine più elementari, tra cui il riconoscimento di parenti o il ricordo del proprio indirizzo. Questa ricerca suggerisce che i ricordi potrebbero svanire più rapidamente mentre invecchiamo perché sono codificati da un minor numero di neuroni. Se uno di questi neuroni non funziona, la memoria viene persa.

Un giorno, l’ideazione di trattamenti che possano aumentare il reclutamento di neuroni per codificare un ricordo potrebbe aiutare a prevenire la perdita di memoria.

Fonti.

https://science.sciencemag.org/content/365/6455/821.abstract

https://www.sciencedaily.com/releases/2019/08/190823140729.htm