Il Congo e l’epidemia nascosta. Non solo ebola

Come denuncia The Conversation, l’epidemia di ebola che recentemente ha causato 2.074 vittime (di cui abbiamo parlato tra le altre volte qui, qui e qui) non è l’unica che sta imperversando in Congo. La stampa non ne parla in modo così massiccio, ma anche il morbillo, pur avendo un tasso di mortalità decisamente inferiore a quello dell’ebola, sta costando al Congo un prezzo altissimo in termini di vite umane: dall’inizio del 2019 sono stati più di 165.000 i casi di sospetto contagio, e più di 3.200 le vittime accertate. Solo nel secondo week-end di agosto sono stati denunciati 5.600 casi e 141 morti, e negli stessi giorni i casi di ebola sono stati 63 e 45 le morti: in pratica in Congo il morbillo uccide tre volte più dell’ebola.

Perché i vaccini siano efficaci è necessario che almeno il 95% della popolazione vi si sottoponga, creando la cosiddetta immunità di gregge. È possibile anche un altro tipo di intervento, sulla base di un approccio definito “ad anello”: a essere vaccinati sono in questo caso i gruppi di persone considerati più a rischio. Questo tipo di copertura può essere d’aiuto nel contenere il diffondersi dell’epidemia, ma con le organizzazioni umanitarie sottoposte a continui attacchi, dotate di scarse risorse e viste con crescente sfiducia dalle popolazioni locali, neanche questo metodo può dirsi risolutivo.

Dopo anni di isolamento e conflitti interni, molte delle popolazioni locali hanno perso fiducia negli operatori sanitari. In alcune aree questo clima di sfiducia ha portato persino ad atti di violenza contro i volontari delle diverse organizzazioni umanitarie, con la conseguente chiusura dei centri operativi e il mancato contenimento dei virus, come appunto l’ebola e il morbillo. Se poi si tiene conto delle teorie cospiratorie diffuse sull’ebola e sui vaccini e delle credenze popolari profondamente radicate sul territorio, non sembra plausibile risolvere il problema in tempi ristretti. Ha il suo peso anche il fatto che in Congo ci sia la percezione di una comunità internazionale che non ritiene l’epidemia di morbillo importante come quella di ebola: grazie alla forte copertura data dai vaccini, infatti, nel resto del mondo il morbillo non è una malattia potenzialmente devastante quanto l’ebola, che creerebbe seri problemi anche in Paesi con un sistema sanitario ben sviluppato.

Nel luglio 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che l’attuale epidemia di ebola rappresenta un’emergenza di salute pubblica di interesse internazionale. Non è stato fatto lo stesso riguardo all’epidemia di morbillo, e molto diverso è stato anche l’impegno economico: l’OMS è riuscita a raccogliere quasi 114 milioni di dollari per intervenire contro l’ebola, mentre contro il morbillo è riuscita a malapena a raccoglierne due milioni e mezzo. Vedere che gli operatori sanitari sul posto intervengono per curare una malattia che fa meno vittime di altre, come il morbillo o la malaria, ha chiaramente un impatto molto negativo sulla popolazione e sulla fiducia che ripone nelle organizzazioni umanitarie. 

Riuscire a rispondere alle epidemie proteggendo contemporaneamente la popolazione locale e la comunità globale non è facile, ma forse una soluzione potrebbe essere quella proposta recentemente da Medici Senza Frontiere: invece di fornire aiuti specifici per la singola malattia, la comunità internazionale dovrebbe impiegare le sue risorse per rafforzare le infrastrutture locali e fornire possibilità di cura decentralizzate, in modo che chiunque possa beneficiarne. In questo modo dovrebbe essere possibile creare un sistema sanitario con più resilienza, capace di rispondere a future epidemie anche senza l’ausilio di aiuti internazionali.