L’oncologia ha un problema con i pazienti non sposati?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Nel 2011 la scrittrice e ricercatrice Joan DelFattore scoprì di essere affetta da un carcinoma della cistifellea di stadio IV con metastasi al fegato. L’oncologo che la prese in cura dopo il necessario intervento chirurgico, tuttavia, preferì non prescriverle una chemioterapia di combinazione (gemcitabina e oxaliplatino), nonostante questa fosse la soluzione terapeutica più adatta al suo caso. Una scelta che, come spiega la stessa autrice in un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine, era legata all’assenza di un supporto sociale solido (DelFattore non è sposata e non ha figli, fratelli o genitori in vita), ritenuto fondamentale per gestire gli effetti collaterali di un trattamento così invasivo (1). Ma il non essere sposati e il non avere una famiglia implica necessariamente uno scarso supporto sociale? Secondo la scrittrice statunitense, no. Rivoltasi a un secondo oncologo, più incline a considerare gli amici come una rete relazionale affidabile, DelFattore ha quindi ricevuto il trattamento.

“Forse sarei sopravvissuta anche con un trattamento basato solo sulla gemcitabina – scrive nell’introduzione del suo articolo –, forse no”. La sua esperienza personale l’ha però spinta a interrogarsi sull’impatto degli stereotipi legati allo status relazionale sul decision-making clinico. Mentre è nota l’influenza delle credenze degli oncologi per quanto riguarda, ad esempio, l’etnia, il genere o l’orientamento sessuale del paziente, questo aspetto non viene quasi mai preso in considerazione. Al contrario, spesso il non essere sposati viene appunto considerato automaticamente come un indizio di scarso supporto sociale. Dato che questo fattore può orientare le scelte terapeutiche, tuttavia, secondo DelFattore “è ragionevole chiedersi quanto le credenze implicite dei medici influenzino la ricerca e la pratica clinica riguardante i pazienti oncologici non sposati”.

Così, ha deciso di fare una ricerca sull’argomento. Tra tutti quelli indicizzati su Medline, ha individuato ben 84 studi (di cui ben 31 pubblicati nel 2018) basati sui dati del database Surveillance, Epidemiology and End Results (SEER) del National Cancer Institute, il quale raccoglie i dati relativi a milioni di pazienti e li categorizza anche in base allo stato civile. Dai risultati di queste ricerche – “riportati sui media nazionali”, scrive Del Fattore – emerge chiaramente come i pazienti non sposati abbiano una probabilità minore di sopravvivere al cancro (2). Tuttavia, come sottolineato anche dalla psicologa Bella DePaulo, questi risultati implicano una correlazione, e non necessariamente un rapporto di causa-effetto, tra le due variabili (3). Alcuni studi “meno pubblicizzati”, per esempio, suggeriscono un’interpretazione alternativa.

Questi, in sostanza, dimostrano che i pazienti oncologici non sposati, separati o divorziati hanno una probabilità significativamente minore di essere sottoposti a interventi chirurgici e altri trattamenti oncologici, anche quando questi rappresentano la migliore opzione terapeutica (2,4,5). Un’evidenza, questa, che gli autori tendono ad attribuire, senza dati che supportino tali affermazioni, alle preferenze dei pazienti: chi non è sposato, infatti, viene automaticamente percepito e descritto come “meno combattivo”, mentre “chi ha un partner ha un motivo in più per vivere”. Tuttavia, come riporta DelFattore, da uno studio realizzato da ricercatori dell’Harvard University, del M.D. Anderson e dalla Mayo Clinic su 925.217 pazienti è emerso che solo lo 0,52% dei pazienti non sposati rifiuta un intervento chirurgico raccomandato e solo l’1,33% rifiuta una chemioterapia, rispetto allo 0,24% e 0,69%, rispettivamente, dei pazienti sposati (6). Una differenza, se si considera che tutti i valori sono sotto l’1,5%, assolutamente trascurabile.

Alla base di queste interpretazioni, secondo l’autrice statunitense, potrebbe quindi esserci uno stereotipo. Un ulteriore caso significativo riguarda il rischio di depressione maggiore tra i pazienti oncologici. Uno studio molto citato tra quelli basati sul database SEER mette in evidenza un rischio minore di depressione tra i pazienti sposati (2), portando a supporto di questa affermazione un’unica ricerca che aveva dimostrato come l’incidenza di questa patologia psichiatrica tra i non celibi americani fosse del 4,3%, rispetto all’11% dei divorziati e separati (7). Non prendendo nemmeno in considerazione, quindi, tutti i soggetti non sposati che non appartengono a queste due categorie. Sulla base di questo dato, tuttavia, gli autori di quello studio concludevano che “i medici dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di uno screening della depressione tra i pazienti oncologici non sposati”.

“A parte poche eccezioni – scrive DelFattore – la letteratura scientifica in questo settore tende a equiparare l’assenza di uno sposo o di una sposa con l’assenza di supporto sociale, fornendo questa spiegazione a supporto del tasso minore di interventi chirurgici e radioterapia in questi soggetti”. Una visione estremamente semplicistica che va inoltre contro alcune evidenze che mostrano come gli adulti non sposati abbiano spesso più amici di quelli sposati e relazioni più strette con parenti di grado superiore al primo e con la comunità (8,9). Rapporti, questi, che altri studi hanno dimostrato essere efficaci nel fornire un supporto sociale efficace (10,11).

“Anche se la presenza di un partner può aumentare la probabilità di un supporto emotivo e pratico, di certo non lo garantisce – conclude Del Fattore – e lo status civile potrebbe rappresentare un fattore meno importante in alcuni gruppi di soggetti, come le donne anziane, i giovani appartenenti alle nuove generazioni e i single. Nessuno vuole minimizzare l’aiuto sostanziale che può derivare da un buon matrimonio: l’errore sta nel sottovalutare, a un livello non giustificato dalle evidenze, l’efficacia di altre forme di supporto”.

 

Bibliografia

  1. DelFattore J. Death by stereotype? Cancer treatment in umarried patients. New England Journal of Medicine 2019; 381:10.
  2. Aizeer AA, Chen MH, McCarthy ER, et al. Marital status and survival in patients with cancer. Journal of clinical Oncology 2013; 31:3869-3876.
  3. DePaulo B. Living single: will marriage save you from dying of cancer? The latest study is hardly definitive. Psychology Today blog. Pubblicato il 22 ottobre 2013.
  4. Denberg TD, Beaty BL, Kim FJ, Steiner JF. Marriage and ethnicity predict treatment in localized prostate carcinoma. Cancer 2005; 103:1819-1825
  5. MNichalsky CW, Liu B, Heckler M, et al. Underutilization of surgery in periampullary cancer treatment. Journal of Gastrointestinal Surgery 2019; 23: 959-965.
  6. Aizer AA, Chen MH, Parekh A, et al. Refusal of curative radiation therapy and surgery among patients with cancer. International Journal of Radiation Oncology, Biology, Physics 2014; 89: 756 – 764.
  7. Weissman MM, Bland RC, Canino GJ, et al. Cross-national epidemiology of major depression and bipolar disorder. JAMA 1996; 276: 293 – 299.
  8. Sarkisian N, Gerstel N. Does singlehood isolate or integrate? Examining the link between marital status and ties to kin, friends, and neighbors. Journal of Social and Personal Relationships 2016; 33: 361-384.
  9. DePaulo B. Living single: the social lives of single people. Psychology Today blog. Pubblicato il 17 maggio 2019.
  10. Weihs KL, Simmens SJ, Mizrahi J, et al. Dependable social relationships predict overall survival in stages II and III breast carcinoma patients. Journal of Psychosomatic Research 2005;59: 299-306.
  11. Kroenke CH, Queensberry C, Kwan ML, et al. Social networks, social support, and burden in relationships, and mortality after breast cancer diagnosis in the Life After Brest Cancer Epidemiology (LACE) study. Breast Cancer Research and Treatment 2013; 137: 261-71.