Carne rossa: la pubblicazione delle nuove linee guida divide

Carne rossa: la pubblicazione delle nuove linee guida divide

di Maria Rosa De Marchi

L’anno scorso si era parlato di una tassa sulla carne rossa per proteggere salute e ambiente; la recentissima pubblicazione di nuove linee guida per quanto riguarda il consumo di carne rossa ha riaperto il dibattito.

Il consorzio NutriRECS (Nutritional Recommendations Consortium) si è recentemente pronunciato sul consumo di carne rossa lavorata e non, suggerendo che in base alla letteratura attualmente esistente, gli adulti non dovrebbero cambiare le attuali abitudini alimentari, indicando come consumo medio per l’America e i Paesi europei da 2 e 4 porzioni di carne a settimana.

Le linee guida attualmente pubblicate sull’argomento

Le più recenti linee guida per l’alimentazione raccomandano di limitare il consumo di carne rossa lavorata e non lavorata. Ad esempio, le linee guida “Dietary Guidelines for Americans 2015-2020” raccomandano di limitare il consumo di carne rossa a circa una volta alla settimana. In modo analogo, le linee guida del Regno Unito consigliano di limitare l’assunzione di carne rossa lavorata a 70 g/d e il World Cancer Research Fund/American Institute for Cancer Research raccomandano di limitare il consumo a basse quantità e di prediligere la carne non lavorata. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS indica il consumo di carne rossa come “probabilmente cancerogeno” per l’uomo, mentre la carne lavorata è considerata “cancerogena” per l’uomo.

Il consorzio NutriRECS

Il consorzio è formato da un team internazionale di ricercatori a sua volta costituito da diversi team che hanno stilato il disegno dello studio, condotto le revisioni sistematiche di letteratura, analizzato i risultati e redatto il lavoro conclusivo. Un panel separato, dedicato allo sviluppo delle linee guida e composto da 14 membri, tra cui ricercatori, esperti clinici e cittadini semplici da 7 Paesi, ha effettuato la revisione dei risultati ed espresso un voto sulle raccomandazioni conclusive.

La nuova pubblicazione

Nel nuovo studio a cura di NutriRECS e pubblicato su Annals of Internal Medicine, sono state effettuate quattro revisioni sistematiche della letteratura in parallelo, che hanno analizzato sia studi clinici randomizzati che studi osservazionali, per investigare il possibile impatto della carne rossa non lavorata e lavorata su diversi outcome potenzialmente dannosi, come danni al sistema cardiometabolico e rischio di cancro. Una quinta revisione sistematica si è occupata di analizzare lo stato di salute delle persone correlandolo con il consumo di carne.

Le raccomandazioni del consorzio

Le raccomandazioni ottenute dal lavoro sono state di tipo debole, con basso grado di evidenza scientifica (weak recommendation, low-certainty evidence).

Questo, secondo il consorzio, dimostra l’incertezza associata con i possibili effetti dannosi e il loro impatto effettivo, sottolineando come il consorzio consideri poco plausibile il nesso di causalità diretta tra consumo di carne rossa e fenomeni patologici, ma non preclude la possibilità che questo possa essere un fattore contributivo, unito ad altri fattori come l’utilizzo di agenti di conservazione dei cibi come sale, nitrati e nitriti.

Le reazioni della stampa

Le reazioni della stampa non sono tardate ad arrivare, con titoli che suggeriscono che con la nuova pubblicazione il dibattito è tutt’altro che spento o concluso. Repubblica titola “La carne rossa non è così dannosa. Ma servono studi sulle popolazioni a rischio” chiamando in causa il Dott. Antonio Moschetta, ordinario di Medicina Interna dell’Università di Bari, che commenta: “Quel che ci dice il loro lavoro è che gli studi disponibili al momento non indicano benefici di salute legati alla sospensione o alla riduzione del consumo di carne rossa”.

Il Giornale titola: “Giravolta della scienza, assolta la carne rossa: «Non fa male alla salute»”, la rivista online Wired: “Alcuni scienziati dicono che mangiare meno carne rossa non dà benefici”.

Intanto, sulla questione si sono espressi anche interlocutori autorevoli come il sistema sanitario inglese NHS (National Health System) che però non danno indicazioni conclusive.