Il “silenzio-assenso” nelle donazioni di organi migliorerà le liste d’attesa dei trapianti?

È di pochi giorni fa la pubblicazione di uno studio di simulazione per valutare i cambiamenti nell’organizzazione politico-sanitaria americana che si verificherebbero in un regime di presunto consenso all’espianto degli organi, e applicarli alle liste d’attesa di coloro che necessitano di un nuovo organo. 

L’analisi è stata impostata utilizzando i dati provenienti dalle nazioni che hanno già messo in pratica da tempo questa iniziativa, come la Francia, l’Austria, il Galles e – come vedremo più avanti – anche l’Italia, nella quale però fino a poco tempo fa il presunto consenso era solo nominale e non applicato nella pratica.

La situazione USA

Dai dati raccolti nel 2015 dal governo statunitense, risultava che circa 120.000 persone fossero presenti sulle liste d’attesa del servizio pubblico, ma che soltanto circa 30.000 trapianti venissero effettuati ogni anno. Tra il 1988 e il 2006 il numero di trapianti è raddoppiato, ma la richiesta di questo tipo di intervento è cresciuta di circa sei volte; la crisi ha inoltre portato all’aumento dell’utilizzo di quelli che vengono chiamati “expanded criteria organs”, ovvero organi che in situazioni meno gravi verrebbero scartati perché non soddisfano i requisiti qualitativi richiesti per il trapianto. Oggi, come si legge nell’introduzione dello studio di simulazione, circa 7500 persone muoiono ogni anno mentre aspettano un nuovo organo. Inoltre, negli ultimi anni, una percentuale sempre crescente di popolazione colpita dall’epidemia di malattie non trasmissibili che imperversa nei Paesi occidentali esce regolarmente dalle liste dei possibili donatori, poiché i suoi organi non soddisfano i requisiti richiesti.

In una situazione di tale gravità, in molti spingono perché venga quindi modificata la politica di selezione dei donatori: non più un “opt in”, cioè firmare un documento in cui si esplicita la volontà di donare, ma un “opt out”, cioè la firma sul documento è richiesta nel caso che si voglia esprimere il proprio rifiuto alla donazione; altrimenti vigerà un regime di presunto consenso: il “silenzio-assenso”.

Lo studio

Lo studio di simulazione, dal titolo “Estimated Association Between Organ Availability and Presumed Consent in Solid Organ Transplant” è stato pubblicato su Jama Network Open da un team di ricercatori dell’Università del Michigan allo scopo di valutare se si otterrebbero miglioramenti, quantificandoli con il numero di casi che vengono inseriti nelle liste d’attesa per il trapianto e poi successivamente rimossi per cause tali da renderlo inutile, le cosiddette “rimozioni”: da un aggravamento irrimediabile della situazione clinica a, ovviamente, il decesso. Il numero di rimozioni si usa per valutare il funzionamento del sistema di donazione degli organi, poiché se diventa troppo alto significa che una variabile – il numero dei donatori è una tra le molteplici – sta impedendo che funzioni correttamente.

I risultati dello studio mostrano che in una situazione ideale, cioè in cui ogni nuovo organo disponibile viene assegnato a un paziente che uscirà quindi dalla lista d’attesa con esito positivo, in un regime di presunto consenso le rimozioni dalla lista d’attesa potrebbero essere ridotte fino al 52%; una cifra alta ma lontana dall’eliminazione delle liste d’attesa stesse e, soprattutto, che considera soltanto l’espansione quantitativa del numero di donatori e non anche un incremento qualitativo, cioè di esiti positivi dei trapianti e di corretto utilizzo degli organi disponibili.

Come notavano sul Lancet già un anno fa, dunque, il consenso informato non è sufficiente: per ridurre il gap tra disponibilità degli organi e necessità dei pazienti, infatti, il governo americano dovrebbe mettere in pratica non solo il regime di presunto consenso ma anche altre iniziative, come ad esempio quelle legislative e informative: negli Stati Uniti, infatti, sia in caso di consenso che di rifiuto l’ultima parola spetta comunque alla famiglia, anche in presenza di un documento firmato; un sondaggio ha mostrato che gli intervistati non avrebbero considerato nella loro scelta il presunto consenso di un eventuale familiare, mentre sarebbe invece stato dirimente un documento firmato in cui si esprimeva una volontà diretta di donare gli organi. Proprio per questo motivo, in Galles – dove come negli USA la famiglia ha l’ultima parola, nonostante i documenti firmati – nell’anno successivo all’introduzione del regime di presunto consenso c’è stata una leggera diminuzione degli espianti.

In Italia

L’Italia è uno dei Paesi presi come esempio per impostare lo studio di simulazione dell’Università del Michigan, senza considerare però che la Legge 91 che regola il “silenzio-assenso”, promulgata nel 1999, non è mai stata applicata fino alla firma dell’ex Ministro della Salute Giulia Grillo nello scorso agosto, pochi giorni prima di lasciare la carica. Ma proprio perché ampliare il bacino dei donatori non è sufficiente a ridurre le liste d’attesa, in Italia come negli Stati Uniti si è pensato anche ad altre iniziative: infatti, si legge sul sito del Ministero della Salute, “il provvedimento ha anche lo scopo di ottimizzare, nel caso del SIT, e di definire, nel caso del Registro, un sistema che consenta alle strutture sanitarie di comunicare i dati richiesti con modalità informatiche. (…) Nei prossimi mesi inoltre saranno attuate le altre prescrizioni della legge 91/1999 cioè l’adeguamento dell’Anagrafe nazionale degli assistiti (Ana) in tutte le Asl e sarà lanciata una campagna informativa volta a promuovere la consapevolezza su trapianto e donazione di organi”.