Il latte materno è amico dell’ambiente

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Quando all’inizio dell’anno abbiamo smesso di accettare le pubblicità dei sostituti del latte materno, lo abbiamo fatto per i molti modi in cui i produttori del latte in polvere indeboliscono l’allattamento al seno nel mondo. Non avevamo considerato un’altra ragione convincente: i danni all’ambiente” (1). Così la direttrice del BMJ, Fiona Godlee, introduce un editoriale (2) firmato da Natalie Shenker, ricercatrice e cofondatrice della banca del latte britannica Hearts Milk Bank, dall’operatrice della banca Naomi Joffe e dalla donatrice di latte Flic Webster.

Sostenere l’allattamento al seno, rimarca l’editoriale, non è solo doveroso per i suoi noti benefici per la salute, ma è anche un imperativo ambientale. Negli ultimi anni, infatti, diversi studi hanno quantificato i costi del latte in polvere per l’ambiente.

La maggior parte dei tipi di latte in formula si ottiene attraverso la disidratazione del latte di mucca. Considerando l’impronta idrica del latte vaccino si stima che per produrre un chilo di latte in polvere si consumano 4700 litri d’acqua. Un costo aggiuntivo viene dal metano prodotto dal bestiame: l’industria zootecnica è seconda solo a quella petrolifera per emissioni globali di metano, un gas serra 30 volte più potente dell’anidride carbonica. Il latte vaccino, poi, non basta da solo per far crescere sano un neonato, e gli altri ingredienti che vengono aggiunti nel latte in formula – quali oli di palma, di cocco, e altri oli vegetali o ricavati da funghi, alghe e pesci, nonché vitamine e minerali – ne esacerbano ulteriormente l’impatto ambientale.

Senza contare quello delle lattine: uno studio di dieci anni fa mostrava che ogni anno finivano in discarica 550 milioni di lattine di latte in polvere, di cui 86.000 di metallo, «e da allora il volume del settore è più che raddoppiato”. Per acquistare latte artificiale si spendono ogni anno 5,6 miliardi di euro, per una media di 40 euro a neonato, con una varietà di costi ambientali sia a livello della produzione sia del consumo, dai consumi di carta alla produzione di rifiuti in plastica e alle emissioni non trascurabili di gas serra. Uno studio (3) di pochi mesi fa ha confermato infatti che l’uso del latte artificiale comporta maggiori emissioni di gas serra, soprattutto per i contributi dati dall’allevamento del bestiame in fase di produzione, e dall’energia per la sterilizzazione dei biberon in fase di consumo.

“Un altro problema è che nel mondo ci sono solo 40-50 impianti produttivi, e questo impone considerevoli costi ambientali sia nel trasporto delle materie prime alle fabbriche, sia nella distribuzione del prodotto”, rimarca l’editoriale (2). Il testo prosegue poi nel presentare numeri e analisi, che in definitiva mostrano come “nel solo Regno Unito, le emissioni che si eviterebbero aiutando le madri ad allattare al seno corrispondono a quelle di 50-75.000 automobili all’anno”.

Nel mondo solo quattro neonati su dieci sono allattati esclusivamente al seno fino a sei mesi, e nessun paese raggiunge gli obiettivi fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità per il sostengo alle madri nell’allattamento al seno, per cui anche a livello globale le potenzialità di miglioramento sarebbero ingenti. “Limitare il cambiamento climatico è ormai urgente e ogni piccolo tassello del mosaico è importante. L’allattamento al seno è uno di questi”.

Com’è ovvio non tutte le madri possono allattare al seno e non tutte, anche potendo, lo desiderano. “Alcuni lettori hanno visto la nostra scelta di abolire le pubblicità di latte in polvere come un ennesimo caso in cui si dice alle donne cosa fare del proprio corpo”, dice Fiona Godlee. Ma nel Regno Unito l’85% delle donne gravide vorrebbe allattare al seno, mentre quello che lo fanno sono molte di meno. Non si tratta quindi di costringere nessuna, ma di aiutare chi vorrebbe farlo ma non ci riesce. “Le difficoltà sorgono anche perché le policy di sostegno all’allattamento al seno sono osteggiate dall’operato dei produttori di latte in polvere”, ricorda un altro pezzo d’opinione firmato da una serie di esperti sudafricani, che raccontano gli sforzi al riguardo nel loro paese e i conflitti d’interesse che li hanno osteggiati (4).

Gli interventi necessari per aiutare le donne ad allattare come preferiscono sono parecchi, osserva l’editoriale, dalla formazione dei medici alla creazione di banche del latte e all’assistenza diretta alle donne incinte e alle neomamme. “I numeri sull’uso dei sostituti ci dicono che stiamo sbagliando di grosso. Visti i benefici del latte materno per la madre e per il bambino, dobbiamo fare di meglio, non solo per la salute ma anche per l’ambiente”, conclude Fiona Godlee.

 

Bibliografia

  1. Godlee F. Infant formula, the environment, and The BMJ. BMJ 2019; 367: l5816.
  2. Joffe N, Webster F, Shenker N. Support for breastfeeding is an environmental imperative. BMJ 2019; 367: l5646.
  3. Karlsson JO, Garnett T, Rollins NC, Röösa E. The carbon footprint of breastmilk substitutes in comparison with breastfeeding. J Clean Prod 2019; 222: 436-45.
  4. Doherty T, Lake L, Kroon M, et al. Conflict of interest and the infant formula industry—a call to action. BMJ Blogs, 3 ottobre 2019.