Il contatto e il futuro dell’essere medico 

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Quando c’è la salute c’è tutto, recita il detto popolare. Sarà anche per questo che la sanità è ormai da tempo diventato “il” business per eccellenza nei paesi avanzati. Assicurazioni, nuove tecnologie, impiantistica, edilizia: tutto sembra contribuire ad esercitare pressioni sui decisori, sui professionisti sanitari ma anche sui cittadini. La moda di oggi è quella dell’intelligenza artificiale, pubblicizzata come la soluzione a qualsiasi problema del paziente ma non solo: anche alle grandi sfide vissute dai sistemi sanitari a livello organizzativo e di programmazione. Si occupa di questo dilemma – tra hype and hope, come si dice in lingua inglese (tra enfasi e speranza) – un numero dello Hasting Center Report, organo di informazione di uno dei centri di bioetica più conosciuti e apprezzati del mondo.

Una riflessione di particolare importanza è quella di Robert D. Truog, grande personalità della medicina statunitense e direttore del centro di bioetica della Harvard medical school (1). “Mentre riflettevo su questi argomenti – scrive Truog – la mia attenzione è stata attirata dalla libreria del mio ufficio, dove tengo diversi oggetti che mi sono stati utili nella carriera professionale, tra cui il regolo calcolatore e lo stetoscopio. Entrambi danno all’astratto una forma tangibile: le dita che muovono il regolo si collegano in modo palpabile alle relazioni matematiche; lo stetoscopio che poggiamo sulla pelle ci permette di accedere all’organismo invisibile sottostante. Un tempo, ero molto capace nell’identificare i suoni del corpo come un esperto di bird watching riconosce le specie da loro canto. Ora questi strumenti stanno svanendo nell’obsolescenza”.

Lo stetoscopio che poggiamo sulla pelle ci permette di accedere all’organismo invisibile sottostante. – Robert D. Truog

Con la sua Scuola, Truog ha introdotto il concetto di “microetica”: la bioetica del quotidiano che deve necessariamente essere portata precocemente all’attenzione degli studenti di medicina nel corso della loro formazione (2). “Storicamente, la pratica della medicina prevedeva un coinvolgimento fisico intimo. I medici hanno usato le mani per palpare e svelare i segreti nascosti all’interno del corpo. Sentire l’odore del respiro per diagnosticare la chetoacidosi nella persona sofferente di diabete o il ‘bacio salato’ al bambino con fibrosi cistica erano tra le competenze pratiche essenziali del medico. Fin dall’inizio, il contatto è stato parte integrante dell’essere medico. Anche l’ascolto dei pazienti può essere considerato una forma di contatto. […] L’udito è un modo di toccare a distanza. A poco a poco, però, i medici hanno iniziato ad allontanarsi dal corpo del paziente”.

La distanza dalla persona sofferente aumenta e con essa anche le informazioni a disposizione del medico. Quantomeno, aumenta il numero di dati a disposizione, provenienti dalla diagnostica per immagini e da esami di laboratorio. In prospettiva, i “numeri” cresceranno ancora di più, se il preannunciato ingresso a pieno titolo nella relazione medico-paziente dell’intelligenza artificiale (IA) dovesse trasformarsi in una realtà. Come sappiamo, la promessa della IA è quella di una generazione di dati in gran parte spontanea, dovuto al rilevamento informatizzato di parametri vitali e alla quantificazione delle attività quotidiane: pensiamo per esempio al monitoraggio dell’attività fisica, del tipo e della qualità del sonno notturno, delle abitudini alimentari.

“Oggi, la caratteristica più distintiva di un medico brillante clinico è forse la capacità di sintetizzare tutto questo in un quadro coerente capace di guidare la diagnosi e il trattamento. Tuttavia, questo sta rapidamente diventando un compito da Sisifo, poiché il volume di informazioni si è trasformato in uno tsunami virtuale”. Siamo in grado – si chiede l’autore – di elaborare una tale quantità di informazioni? La scommessa (o la speranza?) è che la stessa IA porti con sé la soluzione al problema, lasciando ai medici più tempo da dedicare ad altri scopi. È la convinzione di molti ricercatori importanti, come Eric Topol, che ne ha diffusamente parlato nel libro Deep medicine (3). “Ma come utilizzeranno i medici di questa opportunità? Torneranno al letto del paziente, all’intimità fisica dell’incontro clinico? O l’IA e le altre tecnologie accelereranno semplicemente l’abbandono del corpo del paziente?”.

L’intelligenza e le altre tecnologie accelereranno semplicemente l’abbandono del corpo del paziente? – Robert D. Truog

La preoccupazione di Truog è più che lecita e sembra riprendere le considerazioni che non molto tempo fa erano esposte da Abraham Verghese in uno splendido articolo pubblicato da Health Affairs: “Sebbene i nostri studenti di medicina abbiano speso un sacco di soldi nel loro primo anno di corso per acquistare stetoscopi, martelletti, oftalmoscopi, otoscopi e anche se imparano i diversi passaggi dell’esame fisico e si esercitano l’uno con l’altro per due anni, quando effettivamente arrivano nei reparti al terz’anno, sembrano sorpresi. Scoprono che la vera attività in ospedale ruota attorno al computer e consiste nell’ottenere i risultati dall’imaging, ricevere i referti e i risultati di laboratorio. L’unico strumento che hanno con loro è lo stetoscopio, che è più un distintivo di classe che un ausilio diagnostico. Un antropologo che cammina nei nostri ospedali negli Stati Uniti potrebbe pensare (sulla base di dove i medici trascorrono più tempo) che il vero paziente è il computer, mentre la persona nel letto è una sorta di segnaposto per il vero paziente” (4).

Truog sottolinea un aspetto importante: il contatto fisico non è solo utile a raccogliere elementi per la diagnosi. È la dichiarazione di una vicinanza, di un’alleanza, ed esprime la volontà di accompagnare il paziente ovunque la malattia lo possa condurre. Ben venga l’intelligenza artificiale, se sarà capace di rispettare la relazione tra gli attori della cura.

 

Bibliografia

  1. Truog RD. Of slide rules and stethoscopes: AI and the future of doctoring. Hastings Cent Rep 2019; 49: 3.
  2. Truog RD, Brown SD, Browning D, et al. Microethics: the ethics of everyday clinical practice. Hastings Cent Rep 2015; 45: 11-7.
  3. Topol E. Deep medicine: how artificial intelligence can make healthcare human again. New York: Basic Books, 2019.
  4. Verghese A. A touch of sense. Health Affairs 2009; 28: 1177-82.