I Nobel e le donne invisibili

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Esther Duflo premio Nobel 2019 per l’economia assegnato congiuntamente a Bhijit Banerjee, suo marito, e a Michael Kremer dell’università di Harvard (1). Un premio meritato per la concretezza, la competenza e il rigore dei loro studi condotti a metà degli anni Novanta per la lotta alla povertà globale. Ma non altrettanto rigore o altrettanta competenza sono stati dimostrati dai media. Diverse testate giornalistiche hanno intitolato la notizia del Nobel per l’economia anteponendo al nome della ricercatrice premiata il suo status matrimoniale. Solo per fare alcuni esempi, il titolo scelto dal National Herald è stato “Indian-American MIT Prof Abhijit Banerjee and wife Esther Duflo win Nobel in Economics”, quello dal National FirstPost  “Indian-American Abhijit Banerjee, wife Esther Duflo and Michael Kremer win 2019 Nobel Economics Prize” e dal Business Insider “Indian-American MIT Prof Abhijit Banerjee and wife Esther Duflo win Noble prize in Economics”. Prima ancora di essere una ricercatrice da Nobel Esther Duflo è la moglie del ricercatore con cui ha condotto gli studi. The Economic Times addirittura non cita nemmeno il suo nome nel titolo: “Indian-American MIT Prof Abhijit Banerjee and wife win Nobel in Economics”. Una scelta definita sessista che ha sollevato accese critiche sui social e sui media. C’è da dire che The Economic Times è una rivista indiana che come tale ha voluto mettere l’accento su Abhijit Banerjee professore americano di origine indiana. “Ma un siffatto atteggiamento condona la discriminazione nei confronti delle donne e mina l’intero movimento incentrato sull’individualità, in particolare delle donne, e sulla parità di genere”, scrive una giornalista su The Leaflet, il portale fondato da due avvocati della Corte Suprema dell’India per dare visibilità ai temi dei diritti civili e delle discriminazioni in diversi ambiti (3).

Una copertura mediatica distorta dunque che merita delle riflessioni su quanto il contesto culturale in cui si inserisce la testata giornalista influisca nella scelta del linguaggio e del messaggio da comunicare. E non da ultimo sulle discriminazioni di genere che penalizzano le donne (e non solo) nel mondo della ricerca. Duflo, 46enne, è la più giovane di sempre ad avere ottenuto il premio Nobel, ed è la seconda donna a ricevere il Nobel per l’economia (la prima è la stata la statunitense Elinor Ostrom). Intervistata al telefono durante la cerimonia, Duflo ha commentato di essere “onorata” e di sperare che il suo esempio possa servire di ispirazione a molte altre donne di continuare a lavorare e a molti altri uomini di portate il rispetto che le donne meritano (2).

Le differenze di genere sono evidenti nei premi Nobel, in particolare in quelli scientifici.  Dal 1901 a oggi sono stati conferiti 600 premi, su oltre 900 vincitori solo 51 sono donne. Le medaglie per medicina, scienza e fisica sono andati solo 21 volte alle donne (3,3%). Dopo l’euforia dello scorso anno con due Nobel “scientifici” su otto conferiti a scienziate (4), quest’anno (come del resto nel 2017) nessuna donna è stata premiata. Ma i numeri – purtroppo – non devono sorprendere più di tanto. Questa disparità nasce a monte, cioè dal fatto che le donne che fanno carriera negli ambiti accademici scientifici sono storicamente sotto rappresentate. In questi ultimi anni si sta cominciando a promuovere l’inclusione delle donne nella scienza attraverso campagne e politiche ad hoc, e dei primi risultati incoraggianti – ance se ancora lievi – sono stati raggiunti. Ma è pur vero che i Nobel premiano le ricerche che hanno portato beneficio all’umanità e spesso sono ricerche condotte decine di anni fa quando la sotto rappresentatività delle donne era di gran lunga maggiore di oggi.

 

All Nobel Prizes won by women (1901-2019). Fonte: Wikipedia

 

“Dovremmo riflettere sul fatto che, ancora una volta, i membri della Royal Swedish Academy of Sciences e dell’Assemblea Nobel dell’Istituto Karolinska non sono stati in grado di trovare un destinatario per i premi di chimica, fisica e medicina che non sia un uomo”, ha commentato in un editoriale la rivista Nature all’indomani dell’assegnazione dei premi Nobel (5). “Inoltre, quest’anno solo uno dei nove vincitori in queste categorie – il giapponese Akira Yoshino che ha ricevuto parte del premio di chimica per il suo lavoro sulle batterie agli ioni di litio – non proviene dal Nordamerica né dall’Europa”.

Perché sì, i Nobel soffrono di una triplice disparità. Oltre a quella di genere, la discriminazione di etnia (per esempio a nessuna persona di colore è mai stato assegnato un Nobel scientifico) e di provenienza geografica con una netta dominanza caucasica (gli Stati Uniti hanno vinto la stragrande maggioranza di premi, a seguire la Gran Bretagna). Da parte sua la Royal Swedish Academy of Sciences sta provando a prevenire questi squilibri a partire dalla lettera inviata alle personalità in cui viene chiesto di indicare un candidato al premio Nobel per le ricerche svolte nel proprio campo di studio. In un’intervista rilasciata a Nature (6) Göran Hansson, segretario generale della Royal Swedish Academy of Science spiega che da quest’anno le regole sono cambiate: nella lettera viene chiesto alle commissioni di tenere in considerazione per le future nomine al Nobel la diversità di genere, geografica e di argomento. “Abbiamo bisogno della comunità scientifica per conoscere le donne scienziate e per nominare coloro che hanno dato contributi eccezionali”.

Nature propone tre strade facilmente percorribili per una maggiore inclusività nei Nobel. La prima è diffondere i numeri che danno una dimensione del problema delle disparità già nelle nomination. Se l’Accademia svedese e il Karolinska Istitute li rendesse pubblici potrebbe esserci un maggior incentivo a cambiare la tendenza. La seconda è diversificare il bacino di personalità a cui viene chiesto di indicare un candidato che loro considerano meritevole. Solitamente le figure interpellate sono soci della Royal Academy svedese, ex premi Nobel e accademici internazionali. Come test di prova, Nature ha contattato tre delle più grandi reti scientifiche internazionali del mondo che includono accademie di scienza nei paesi in via di sviluppo: l’International Science Council, la World Academy of Sciences e l’InterAcademy Partnership. A ciascuno di esse ha chiesto se fossero mai stati contattate per le nomination ai Nobel della scienza. La risposta è stata negativa in tutti e tre i casi.

Come terzo suggerimento Nature indica la strada di una maggiore conoscenza della storia passata. È paradossale che in un secolo solo così poche scienziate abbiamo vinto i Nobel per la chimica, la fisica e per la medicina e nessun scienziato di colore ne abbia vinto uno. Interrogarsi sulla storia passata sarebbe un incentivo a cambiare finalmente la rotta.

“Che una donna riceva un meritato e prestigioso premio come un Nobel, che le storie di scienza, come spiegava il giornalista scientifico inglese Ed Yong in un articolo sull’Atlantic, raccontino anche le donne ricercatrici con il giusto protagonismo, che ogni scusa sia buona per mettere sotto i riflettori il ruolo delle scienziate – scriveva lo scorso anno il giornalista Luca Tancredi sul Manifesto – è l’unico modo per infrangere per sempre il soffocante tetto di cristallo che rende la scienza più sterile e più lontana dalla realtà” (6).

 

Bibliografia 

  1. The Prize in Economic Sciences 2019. NobelPrize.org. Nobel Media AB 2019. Wed. 30 Oct 2019.
  2. Brech A. Nobel prize winner Esther Duflo referred to as nameless ‘wife’ – and Twitter is furious. Stylist, 15 ottobre 2019.
  3. Aanchal Singh. Stink of sexism: When even gritty achievers become nameless wives. The Leaflet, 20 ottobre 2019.
  4. Gibney E. What the Nobels are — and aren’t — doing to encourage diversity. Nature, 28 settembre 2018.
  5. Editorials. Boosting inclusivity in the Nobels. Nature 2019; 574: 295.
  6. Gibney E. ‘More women are being nominated’: Nobel academy head discusses diversity. Nature, 4 ottobre 2019.
  7. Tancredi Barone L. La Nobel e Wikipedia, la scienza femminile è invisibile. Il Manifesto, 5 ottobre 2018.