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Effetti del kit a domicilio per lo screening del papillomavirus

di Luca Mario Nejrotti

Un recente studio esamina l’impatto del kit test del papillomavirus a domicilio rispetto ai promemoria per lo screening del cancro del collo dell’utero, rilevamento precoce e trattamento.

Sistemi a confronto.

Negli Stati Uniti, oltre il 50% dei tumori del collo dell’utero viene diagnosticato nelle donne sottoposte a screening. Le linee guida per lo screening del cancro cervicale ora includono anche il test del papillomavirus umano primario (HPV) come strategia raccomandata.

L’auto-campionamento HPV domiciliare è un’opzione praticabile per aumentare la conformità e l’efficacia dello screening. Infatti circa il 25% delle donne sotto monitoraggio non aderisce ai protocolli, per mancanza di tempo, o difficoltà di mobilità principalmente. Tuttavia, mancano ancora dati esaustivi di valutazione per indirizzarne l’implementazione nel sistema sanitario.

L’indagine.

Questi dati sono stati cercati includendo un totale di 19.851 donne: di cui 9.960 randomizzate nel gruppo di intervento e 9.891 randomizzate nel gruppo di controllo (vedi). Tutte le donne randomizzate sono state incluse nell’analisi.

I risultati sono che l’invio del kit di auto-campionamento HPV ha aumentato l’adesione allo screening rispetto alle sole procedure ordinarie, senza differenze significative nella rilevazione o nel trattamento precoce.

L’incremento, però, non è statisticamente così significativo. Gli autori, quindi, propongono che i risultati supportino la fattibilità dell’invio di kit HPV alle donne in ritardo nello screening, come strategia di sensibilizzazione per aumentare l’adesione al monitoraggio nei sistemi sanitari statunitensi.

Reazioni.

Pur riconoscendo la validità e l’importanza dello studio (vedi), la valutazione dell’efficacia del sistema è piuttosto tiepida: delle 9.960 donne nel gruppo di intervento, solo 1.206 (12,1%) hanno restituito il kit. In primo luogo, questo potrebbe essere dovuto alla coesistenza dei due sistemi, che avrebbe portato le pazienti a sottoporsi a screening basati sulla clinica. In secondo luogo, alcune pazienti potevano provare diffidenza nei confronti di questo sistema, ancora poco adoperato e non ancora inserito i tutti i protocolli di sicurezza sanitaria.

Un gruppo particolare.

La popolazione selezionata per la ricerca, inoltre, presentava diverse caratteristiche che potrebbero aver limitato ulteriormente la sperimentazione del kit, e quindi non si dovrebbe scartare a priori l’utilizzo dell’auto-screening in generale. Le pazienti arruolate avevano un’assicurazione sanitaria stabile, parlavano inglese, avevano un’età media di oltre 50 anni ed erano in cura da un medico di base da tempo prima di essere inserite nel gruppo di studio. In altri contesti, le donne selezionate potrebbero non avere accesso alle cure primarie e all’assicurazione. Interventi mirati da parte degli operatori sanitari hanno dimostrato una maggiore adesione allo screening in tali pazienti.

Nel complesso, questo ampio studio clinico ha dimostrato che l’implementazione di un programma di screening per l’HPV domestico è fattibile per i grandi sistemi sanitari.

La strategia merita in particolare ulteriori ricerche concentrate su popolazioni con minori risorse e maggiore prevalenza della malattia.

Naturalmente, gli autotest HPV a domicilio possono essere solo una parte della soluzione per la prevenzione del cancro del collo dell’utero e devono essere implementati con strategie di prevenzione continue, tra cui il ruolo principale resta quello delle vaccinazioni anti HPV in tutte le fasce di popolazione.

Fonti.

https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2753986

https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2753976