Demenza: leggere e scrivere riduce il rischio

di Mario Nejrotti

Da dati dell’ Associazione Italiana Editori (AIE)  il quadro della diffusione della lettura su tutti i supporti, cartaceo, ebook e audiolibro continuano ad essere sconfortanti. Gli Italiani leggono poco.

Ma quanti italiani leggono?

Sei  italiani su dieci non leggono neppure un libro all’anno. La rilevazione dei dati AIE non specifica, però, la qualità di questa,  se pur minima, lettura.

Quanti del 40% che sono considerati “lettori”,e sono quindi statisticamente separati dalla massa degli illetterati, ha sfogliato nell’anno l’ultima biografia del famoso calciatore di turno, con tutto il rispetto per le biografie e per i  famosi calciatori, o ha letto un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie?

Probabilmente sul loro cervello l’’impatto di queste letture sarà intuitivamente diverso.

Se poi si considerano i lettori forti, cioè coloro che leggono più di un libro al mese, si scende a cinque milioni di persone: 1 su 12 di coloro che vivono nel nostro Paese.

Interessanti anche le fasce di età dei lettori  che sono riportate dall’AIE.

Legge almeno un libro all’anno il 91% dei bambini tra i 4 e 9 anni e solo il 23% degli adulti tra i 65 e i 75 anni. Una discesa continua dall’età evolutiva alla senescenza. Una sorta di “analfabetismo progressivo” che è indipendente dal titolo di studio.

 Il fenomeno è assimilabile all’analfabetismo scolastico, piaga del nostro Paese fino al secondo dopoguerra.

Lettura, scrittura e demenza: la ricerca

Si potrebbe giustificare questa realtà italiana affermando che si tratta di un problema culturale: la scuola non stimola a sufficienza i giovani;  di un handicap  sociale: un popolo con molti problemi di lavoro e di famiglia ha altro a cui pensare;  di un diffuso scarso reddito che deve fare i conti con le priorità quotidiane: l’alto costo dei prodotti editoriali non aiuta le fasce deboli a leggere.

 Una notizia di questi giorni  suggerisce che la scarsa vocazione alla lettura potrebbe trasformarsi in un problema di salute pubblica, di programmazione politica  e in definitiva anche economico generale tanto da meritare attenzione politica.

Una ricerca, coordinata da Jennifer Manly,professoressa di Neurologia, presso la Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons a New York, pubblicato sulla rivista  Neurology dell’American Academy of Neurology, ha tratto questa conclusione: le persone che sono analfabete,  cioè che non hanno mai imparato a leggere o scrivere, possono avere un rischio quasi tre volte maggiore di sviluppare la demenza rispetto alle persone che lo sanno fare.

Il Dipartimento della Pubblica Istruzione degli Stati Uniti d’America riporta un dato impressionante: nella maggiore potenza mondiale ci sono 32 milioni di analfabeti adulti.

La piaga della scarsa istruzione negli USA grava di più sulla popolazione ispanica e afroamericana.

Per tanto nella ricerca della Manly sono stati esaminati individui con bassi livelli di istruzione, abitanti nell’area nord di Manhattan, di questa provenienza.

 Tutti erano adulti  e molti originari delle aree rurali della Repubblica Dominicana dove, naturalmente,  l’accesso all’istruzione era limitato.

I dati

Lo studio ha riguardato 983 persone con un’età media di 77 anni.

La scolarità era di quattro anni o meno. La popolazione è stata divisa in due gruppi: gli alfabetizzati in qualche modo (746) e gli analfabeti totali (237).

I partecipanti sono stati sottoposti a test  di memoria e di capacità elaborativa del pensiero (per esempio richiamo di parole non correlate e la produzione di quante più parole possibili, quando veniva data una categoria come frutta o abbigliamento).

I controlli  sono stati fatti all’ingresso nello studio e in tappe di follow- up a 18-24 mesi.

La valutazione della presenza della demenza all’inizio dello studio ha dato i seguenti risultati: il 35% degli analfabeti era demente, contro il 18% di quelli alfabetizzati.

 Dopo la correzione dei dati per età, stato socioeconomico e malattie cardiovascolari, le persone che non sapevano leggere e scrivere avevano una probabilità quasi tre volte maggiore di avere la demenza all’inizio dello studio.

Un dato molto importante è stato rilevato nel proseguimento dell’osservazione, in media a 4 anni dall’inizio.

 Tra coloro che erano risultati privi di demenza, il 48% degli analfabeti, che quindi non potevano leggere o scrivere, era affetto dalla malattia, contro il 27% di coloro che invece erano stati in qualche modo alfabetizzati. Quindi circa il doppio del rischio nei primi, rispetto ai secondi.

“Il nostro studio ha anche scoperto che l’alfabetizzazione era legata a punteggi più alti sulla memoria e ai test di pensiero in generale, non solo ai punteggi di lettura e lingua”, ha detto in un’intervista la coordinatrice Dottoressa Manly. “Questi risultati suggeriscono che la lettura può aiutare a rafforzare il cervello in molti modi che possono aiutare a prevenire o ritardare l’insorgenza della demenza.”

Non sono problemi degli altri

Il problema non risparmia certo l’Italia.

Infatti fanno il paio con la scarsa propensione alla lettura i  dati recenti della Fondazione Feltrinelli  sull’analfabetismo e l’analfabetismo strumentale e di ritorno nel nostro Paese.   

Mentre il passaggio dal 31,2% di alfabetizzati nel 1871, al 98,6% del 2001 è un fenomeno  atteso e tutto sommato ovvio, tanto da non essere considerato un successo, ma un processo dovuto, le indagini sull’analfabetismo di ritorno e sull’analfabetismo strumentale collocano l’Italia tra i paesi Ocse più arretrati. Il 30% degli italiani adulti ha forti limitazioni nella scrittura, lettura  e comprensione di un testo semplice. Questo fatto colloca l’Italia a fondo classifica su scala globale: peggio di noi fanno solo Turchia e Cile.

Se associamo questi numeri a quelli della demenza in Italia, riportati dal Ministero della Salute  , vediamo che il problema evidenziato dalla Columbia University potrebbe riguardarci da vicino. 

In Italia circa 1 milione di persone sono affette da demenza e circa 3 milioni sono direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari.
Uno dei fattori di rischio evidenziati dallo stesso  Ministero è proprio la bassa scolarità dei malati, che probabilmente sarebbe compensata con una maggiore sensibilizzazione della popolazione generale alla lettura nel periodo scolastico e postscolastico. Ciò potrebbe produrre risultati positivi, che andrebbero verificati da rilevazioni ad hoc, sia in fase preventiva sia nelle fasi iniziali della malattia.

Stimolare a leggere conviene?

Visto il vertiginoso aumento e costo per l’assistenza di questi malati, oltre alla perdita di opportunità sociali dei soggetti in qualche modo definibili come analfabeti e il rischio democratico, conseguente alla  scarsa capacità critica di queste persone facilmente influenzabili, sarebbe opportuno investire in campagne di sensibilizzazione e incentivazione alla lettura.

Per altro non dovrebbe essere difficile promuovere il leggere e scrivere, attività intellettuali dal costo pro capite molto esiguo.

Infatti, come già diceva Emily Dickinson: “Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane, né corsieri come una pagina di poesie che si impenna. Questa traversata può farla anche il povero senza oppressione di pedaggio tanto è frugale il carro dell’anima.”

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