Il muro di Berlino è caduto anche per gli scienziati?

di Luca Mario Nejrotti

La scienza europea a volte si trova ancora in condizioni di guerra fredda: la caduta del muro di Berlino 30 anni fa ha unito sulla carta gli scienziati europei, ma frequenti fratture nella collaborazione est-ovest devono ancora essere sanate.

Raffreddare gli entusiasmi

Ora che, dopo decenni, si può più serenamente affrontare il discorso del crollo del blocco sovietico con minore enfatico, e a volte ingenuo, entusiasmo per la diffusione delle democrazie liberali, anche la riflessione sull’impatto di questo evento epocale sulla ricerca scientifica può assumere toni più realistici e chiaroscurali.

Per gli scienziati dell’Europa centrale e orientale, la fine di oltre quattro decenni di isolamento è stata una grande vittoria. Più ricerche sono state trasferite alle università e tolte alle vecchie accademie scientifiche sostenute dallo Stato. Inoltre, sono arrivate nuove fonti di finanziamento dall’Unione Europea.

Tuttavia, anche la brusca transizione verso un’economia di mercato e la fine di molti sussidi statali per i meno abbienti negli ex paesi comunisti, hanno preteso un pedaggio.

Le difficoltà economiche dei primi anni ’90 hanno spinto molti ricercatori a perseguire una carriera in Occidente. Questo esodo di accademici ha contribuito a creare un vuoto intellettuale, dal quale Russia e Ucraina, in particolare, non si sono ancora completamente riprese.

Più positivo il bilancio delle istituzioni scientifiche dell’Europa occidentale e a livello globale. Sono state accolte idee nuove e nuovi talenti. Un risultato è il reattore sperimentale a fusione ITER, sviluppato dai ricercatori dell’era sovietica alla fine degli anni ’60 e ora in costruzione in Francia e la Stazione Spaziale Internazionale.

Gravi discrepanze.

Ancora oggi le differenze tra i due ex-blocchi sono notevoli: la spesa per ricerca e sviluppo nell’Europa centrale e orientale è in media all’1% del prodotto interno lordo (PIL), notevolmente inferiore alla media UE del 2,07%. Alcuni paesi, come la Repubblica ceca e la Slovenia, hanno recuperato negli ultimi anni. Tuttavia, altri, tra cui Romania, Bulgaria e Croazia, spendono anche meno dell’1% del loro PIL in ricerca e sviluppo. Gli stati membri dell’Europa centrale e orientale, che ospitano un quinto dei 500 milioni di abitanti del blocco partecipano a meno del 5% del programma di ricerca da 80 miliardi di euro Horizon 2020. Perché questo cambi, è necessario che i governi nazionali inizino a intensificare i propri investimenti interni e a impegnarsi di più per migliorare la qualità della ricerca.

Inoltre, oggi il panorama geopolitico si complica: la Russia e l’UE, con gli Stati Uniti, sono su fronti opposti nelle cruciali controversie in materia di politica estera.

Prospettive future.

Se si sta andando verso una nuova Guerra Fredda, siamo in tempo per creare i presupposti per un terreno comune almeno in ambito scientifico, un ambito neutro che faccia tesoro delle esperienze della prima fase di opposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

In un editoriale su Nature (vedi), la proposta è di rispolverare, ad esempio, gli accordi tra il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson e il premier russo Alexei Kosygin sul fatto che, nonostante le altre differenze, le loro nazioni avrebbero collaborato alla scienza.

Il problema è particolarmente sentito in Germania, dove si comprende chiaramente la necessità di tenere una porta aperta per la ricerca russa. Un invito a presentare proposte per progetti congiunti tedesco-russi in tutti i campi della scienza, lanciato il mese scorso dalla Fondazione tedesca per la ricerca e dalla Fondazione russa per la scienza, promette di rafforzare i collegamenti scientifici tra i due paesi. Il supporto logistico della Russia a MOSAiC (vedi), una spedizione artica di un anno a guida tedesca, lanciata a settembre, mostra la fattibilità dei partenariati scientifici est-ovest anche in tempi politici difficili.

Fonti.

https://www.nature.com/articles/d41586-019-03451-1