Gli ultimi studi sul gender gap in medicina e ricerca

Disparità di genere nell’esercizio della professione medica

Uno studio uscito negli scorsi giorni su JAMA riporta i risultati di un’indagine che ha preso in considerazione le disparità basate sul genere nell’esercizio della professione intervistando 389 medici del Dipartimento di Medicina dell’Università di Calgary. Per “quantificare” il livello di discriminazione emerso dall’indagine è stata usata la CCWAS, Culture Conducive to Women’s Academic Success, una scala di misurazione sviluppata nel 2012 per valutare i fattori che definiscono la condizione della donna sul posto di lavoro in ambito accademico. A seguito di questa prima valutazione sono stati poi condotti colloqui individuali e compilati questionari.

Dai risultati è emerso che la componente anagrafica e di genere separa in maniera netta i risultati riguardanti la discriminazione subìta o percepita dalle donne medico in termini di molestie, esclusione, remunerazione e prospettive di carriera. Le dottoresse più giovani, infatti, sembrano ritenere di essere maggiormente svantaggiate dalla loro identità di genere, mentre all’aumentare dell’età anagrafica questa disparità sembra appianarsi fino a raggiungere risultati di parità, almeno nella percezione dei medici (maschi) rispetto alle colleghe. Un risultato che non sorprende, se si considera che i professionisti di sesso maschile e con più anni di esperienza saranno presumibilmente meno soggetti a discriminazione, e quindi meno portati a notare la discriminazione che viene messa in atto ai danni degli altri nel loro ambiente lavorativo. Questa percezione dei colleghi più anziani, statisticamente più presenti in posizioni decisionali, potrebbe spiegare anche la mancanza di iniziative volte a diminuire iniquità e discriminazioni dagli ambienti accademici e ospedalieri.

Disparità di genere nella ricerca

Pochi giorni prima, un risultato simile è emerso dalla pubblicazione di un report stilato dalla Royal Society of Chemistry inglese dal titolo Is publishing in the chemical sciences gender biased? che ha preso in considerazione più di 700.000 studi ricevuti tra il 2014 e il 2018 per determinare il genere degli autori. Dall’indagine è emerso che il 36% degli autori degli studi inviati era di sesso femminile ma che di questi solo il 23% era stato accettato per la pubblicazione.

Il report ha notato che tutta la filiera delle pubblicazioni scientifiche nel campo della chimica è caratterizzata da un notevole gender gap. Non solo l’accettazione delle pubblicazioni, infatti, risente dei bias discriminatori nei confronti delle donne: le percentuali sono a sfavore delle ricercatrici anche quando si parla della scelta della rivista su cui pubblicare, delle decisioni editoriali e dei referee  e, per finire, del numero di citazioni. Difatti, benché gli autori maschi siano più propensi a citare altri studi, è meno probabile che citino studi condotti da colleghe. “Questo” sottolinea su Nature David Smith, uno dei membri della Royal Society of Chemistry che si occupa di inclusione e diversità, “significa che c’è qualcosa che non funziona a livello sistemico e che impedisce a chi si occupa di chimica di comunicare efficacemente i propri studi e i loro risultati”.

Negli ultimi anni il problema del gender gap è stato reso noto da altre Società scientifiche in tutto il mondo. Tra le pubblicazioni più significative che hanno sottolineato una disparità di trattamento per i lavori presentati da ricercatrici troviamo il report dell’Institute of Physics di Bristol e un’analisi della rivista di ambito biomedico eLife, che ha preso in considerazione 30.000 richieste di pubblicazione e notato che i revisori tendevano a favorire lavori firmati da autori del loro stesso genere.

“Migliorare le politiche di inclusione nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche non può portare ad altro che a un miglioramento della Scienza” commenta ancora David Smith. Lo studio dell’Università di Calgary, avvalendosi di una scala di misurazione sviluppata in ambito accademico per valutare la discriminazione, mira proprio a fornire a tutti i professionisti che lavorano nell’ambito medico, scientifico e della ricerca gli strumenti per riconoscere bias e trattamenti discriminatori e ridurre il “gender gap”.