Liberiamo il gatto! 

 di Mario Nejrotti

 Il prete di un santuario possedeva un bel gatto.
Il guaio era che ogni volta che celebrava la messa,
il suo gatto entrava e distraeva i fedeli.
Allora egli ordinò che durante le funzioni venisse legato in sacrestia.

Molto tempo dopo il prete morì  ed i fedeli continuarono a legare il gatto durante ogni funzione. Poi anche il gatto morì.
Allora portarono nel santuario un altro gatto
per legarlo debitamente durante le celebrazioni.

 Secoli dopo la consuetudine era ormai consolidata
e ben presto illustri studiosi cominciarono a scrivere dotti trattati
sul ruolo essenziale di un gatto durante ogni funzione religiosa rettamente condotta.

(Anthony De Mello)

Riti religiosi accettati acriticamente possono creare danni gravissimi all’umanità inconsapevole.

Se poi forme rituali compaiono in altri campi e soprattutto in quello della medicina c’è il rischio di ridurre la valenza scientifica degli atti professionali  e introdurre nel processo clinico pratiche non accreditate.

Malattie croniche: un problema socio sanitario

Il mondo occidentale vive ormai da qualche decennio un problema che, con il trascorrere degli anni, diventa sempre più pesante: la gestione delle patologie croniche, che le terapie moderne stanno trasformando in sindromi a prognosi indefinibile.

Si pensi a malattie come ipertensione , diabete, bronco pneumopatie croniche,  artrosi,  tumori, obesità, demenze solo per citare le più diffuse, che nel loro complesso  coprono l’80% dei costi in sanità .

Si sono fatti grandi  passi avanti  nel controllo della loro progressione, tanto da avvicinarci per questi malati nel  complesso ad una sopravvivenza quasi paragonabile a quella della popolazione generale.

La ricerca scientifica detta le tappe diagnostico terapeutiche alla clinica, che può disporre di nuove soluzioni per contrastare il progredire delle malattie croniche e per evitarne complicazioni e accidenti concomitanti, che potrebbero far precipitare la situazione.

Nel passato obiettivi tradizionali della medicina erano principalmente riconoscere le patologie e curarle, salvando la vita del paziente.

Salvare la vita: è sempre la sola cosa importante?

La cultura medica era orientata, fino agli anni settanta del secolo scorso, a curare patologie acute, non disponendo che di rozze soluzioni per quelle croniche che evolvevano più subdolamente, manifestandosi al loro nascere con sintomi indistinti e difficili da riconoscere.

Il grande medico era colui che faceva diagnosi in situazioni difficili o poco chiare e salvava la vita del paziente.

Ottenuto questo risultato  il compito principale era assolto e il malato doveva tornare alla sua esistenza. Ogni altro desiderio che riguardasse la sua qualità di vita, non era certo apertamente criticato, ma sotto traccia veniva comunemente percepito come accessorio dai medici e dalla gente.

Questa cultura non è certo completamente scomparsa nella società e nelle aule degli studenti  di medicina. Basti pensare al successo travolgente di certe serie televisive come ER, quindici edizioni, Grey’s Anatomy, che dura da sedici anni, o più recentemente ,2017, The Good Doctor, già alla terza stagione, che narrano in grande maggioranza rapporti tra medici, spesso in forte competizione tra loro, e pazienti, in situazioni di emergenza che necessitano di soluzioni  immediate. Il dramma fa spettacolo e impressiona, specie quando c’è un lieto fine all’americana. Ma tutto ciò indica il permanere di una cultura e di certi valori sociali.

Invece il disagio fisico e psicologico di lungo termine, che modifica la vita delle persone, a causa anche di una radicata cultura religiosa che vedeva, e vede ancora,  nella sofferenza e nel dolore una via di espiazione per ottenere un futuro altro e migliore, non sono considerati  a sufficienza fenomeni  negativi da contrastare e risolvere e hanno ancora, per mantenere la metafora televisiva, una bassa audience.

La situazione  a questo riguardo è certamente in progressivo miglioramento.

Un continuo processo di verifica

Una buona qualità di vita del paziente sul lungo periodo merita, però, un continuo processo di verifica.

Infatti proprio nel lungo processo di controllo nel tempo  delle patologie croniche rischiano di radicarsi riti indifferenti all’andamento positivo della malattia, ma dannosi in maniera più o meno marcata per la qualità di vita del paziente.

Il nostro Paese si è dotato nel 2016 del Piano Nazionale delle Cronicità che riporta una delle definizioni di patologia cronica dell’OMS che la inquadra bene come “problemi di salute che richiedono un trattamento continuo durante un periodo di tempo da anni a decadi”.

Il discorso della loro gestione, nonostante le prese di posizione ufficiali, è spinoso e pieno di sfaccettature individuali che rendono difficile una soluzione uniforme e globale.

La difficoltà di farsi carico in maniera organica di questo enorme problema è evidente nel fatto che,  a tre anni di distanza dalla promulgazione del Piano, non ancora tutte le Regioni hanno sentito la necessità di deliberare un loro corpus di norme. E inoltre le differenze tra Piani regionali sono profonde.

Gli snodi gestionali delle patologie croniche sono molti dalla prevenzione al controllo nel tempo. Ma se la standardizzazione degli interventi e delle procedure dalla diagnosi, alla prescrizione della terapia resta relativamente più semplice, è proprio nel follow up che l’eterogeneità delle decisioni può creare i problemi più rilevanti.

 Follow up e qualità di vita

Infatti, la patologia cronica si concretizza proprio in un controllo clinico-strumentale e di laboratorio che perdura fino a quando esiste la malattia che, proprio perché cronica, può anche permanere per tutta la vita del paziente.

Proprio sul follow up  si gioca molto della cura, dell’assistenza, ma anche della qualità di vita del paziente.

Deve essere quindi massima l’attenzione di chi ha la responsabilità di organizzare le procedure di controllo. Occorre limitarle a quelle che possono modificare in qualche modo le decisioni terapeutiche o diagnostiche volte a controllare la malattia o a prevenirne le complicazioni.

Visite cliniche ridondanti e esami inutili o inutilmente ripetuti non fanno che alimentare nel paziente e nei suoi congiunti un clima di malattia che, invece, specie nelle patologie più coinvolgenti psicologicamente,una per tutte le neoplasie, va tenuto sottocontrollo e gestito con umanità, consapevolezza e parsimonia.

Controlli  di laboratorio troppo frequenti su effetti avversi di terapie farmacologiche che vengono assunte spesso per lunghissimi periodi di tempo e sono clinicamente ben tollerate, esami diagnostici somministrati con una periodicità che non considera i tempi di evoluzione di malattie ben compensate dalla terapia, possono interferire pesantemente nella vita quotidiana famigliare e lavorativa, senza portare a misurabili vantaggi nel decorso.

Errori in agguato, rapporto con il singolo medico e la soluzione che non c’è

Inoltre,  l’intensificarsi dei controlli incrementa la possibilità fisiologica di errori diagnostici, che possono condurre a decisioni pericolose, per  interventi  terapeutici non necessari  o prematuri.

L’osservazione clinica  a lungo termine, oltre le procedure accreditate e condivise,  sia in ambito territoriale, che ospedaliero,  coinvolge poi singoli professionisti come decisori terminali, in stretto rapporto con i malati e i loro famigliari. Tale situazione, se non adeguatamente gestita, può portare ad un’ulteriore eterogeneità degli interventi.

La soluzione ad una fenomeno così intricato non è né facile, né immediata, né certa.

 Solo la consapevolezza che il problema esiste e che l’obiettivo principale è sempre, e solo, il benessere del paziente, può guidare la discussione e mantenere alto il livello di capacità critica e di ascolto dei bisogni individuali.

Tutti coloro che hanno responsabilità in questo processo devono tendere ad un positivo equilibrio tra necessità di controllo delle patologie croniche nel tempo e qualità di vita individuale dei pazienti e delle loro famiglie.

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