Il Caffè Basaglia è chiuso. La fine di un progetto di reinserimento socio-lavorativo per i pazienti psichiatrici?

F. ha 38 anni, arriva da una famiglia problematica e per questo motivo in giovanissima età è stato adottato. Tutto sembrava andare per il meglio, F. era un bel ragazzino biondo, educato, sensibile.

Poi qualcosa è cambiato, F. diceva cose strane, si estraniava, era assente. Un ricovero, il malessere che cresceva, poi la comunità e da lì un lungo percorso che lo portava prima a un alloggio supportato, poi al centro diurno.

Lì iniziava un corso professionale, imparava i rudimenti del mestiere come cameriere.

Infine il grande salto: una casa popolare condivisa con il suo amico G., conosciuto al centro diurno.

Da dodici anni F. lavora come cameriere al Caffè Basaglia, il locale di via Mantova dove un gruppo di volontari ha aperto una locanda sociale, uno spazio di aggregazione con il focus sul reinserimento socio-lavorativo dei pazienti psichiatrici.

F. ora è una colonna del Caffè Basaglia, cameriere solerte e simpatico, gran lavoratore. È assunto con regolare contratto e può finalmente abitare la vita, fare cose normali.

G. è l’amico fraterno di F., vivono insieme da molti anni. G. ha avuto momenti difficili quando era ancora molto giovane, è arrivato al centro diurno e ha conosciuto F.

Per un anno G. ha lavorato al Caffè Basaglia grazie a un progetto di reinserimento della Regione Piemonte, la borsa lavoro è scaduta e G. sapeva che sarebbe stato assunto, un bel colpo per le sue finanze e la sua autostima.

Anche R. è arrivato dodici anni fa al Caffè Basaglia, lui fa l’aiuto cuoco. Ha lavorato in fabbrica, ma poi è stato male e da lì è iniziato il calvario: ha perso la famiglia, il lavoro, gli amici.

R. è timido e ha bisogno di rassicurazioni continue, ma è davvero bravo, come lo sono F. e G. come camerieri.

Potremmo raccontare la storia di C., un ragazzone gentile e capace, ha fatto l’alberghiero, ha lavorato a Londra. Poi un giorno le ali della psicosi sono piombate su di lui: un ricovero, la comunità, la paura di non farcela a tornare quello che era.

Un giorno C. è arrivato al Caffè Basaglia con una borsa lavoro: un paio di mesi di assestamento ed è tornato un cameriere e barman serio e affidabile, un gran lavoratore. Stava per finire la sua borsa lavoro e il Caffè Basaglia gli ha promesso l’assunzione.

Tante storie di persone che attraverso il lavoro recuperano la dignità, le relazioni, l’autostima, la salute psichica.

Nessuno di loro è più stato ricoverato, non hanno mai avuto scompensi, possiamo dire che sono guariti, nel senso che hanno una qualità della vita soddisfacente e importante.

Il Caffè Basaglia è un’esperienza nata nel gennaio del 2008 in uno stabile di Via Mantova a Torino. 
Senza finanziamenti, ma con un azionariato popolare che ha permesso l’avvio del progetto, il Caffè Basaglia è una sorta di sogno collettivo, ove il sogno è l’idea che il reinserimento delle persone con problemi psichiatrici sia terapeutico per loro, ma anche per chi li incontra in una prossimità non professionale, perchè per dirla alla Basaglia “da vicino nessuno è normale”.

Ma adesso G., F., C., R. sono senza lavoro da tre mesi, e tanti altri ragazzi con disturbi da tre mesi non hanno più uno spazio di normalità a loro disposizione.

Nei primi giorni di agosto un problema strutturale ha colpito l’edificio che ospita in affitto il Caffè Basaglia e i vigili del fuoco e i tecnici del comune hanno dichiarato l’inagibilità, in attesa di ulteriori verifiche e di valutare i lavori messi in atto dalla proprietà.

Da allora il Caffè Basaglia è chiuso, con un danno inimmaginabile per una struttura simile. Il circolo è nato dagli sforzi di una decina di volontari e da un azionariato popolare: gli incassi e le donazioni sono gli unici introiti e servono a pagare gli affitti, le utenze, gli alimenti e gli articoli per il bar. Il tutto è svolto senza che il direttivo percepisca un solo centesimo.

Da dodici anni vengono pagati regolarmente gli stipendi e tutte le spese, ma la chiusura ha soffocato il sogno.

Abbiamo dovuto licenziare gli otto dipendenti (che almeno possono accedere al Naspi, il sussidio di disoccupazione) e non possiamo assumere le due borse lavoro di C. e F.

I debiti si accumulano, tra Tfr, stipendi, utenze ecc abbiamo superato i 30.000 euro,

il Basaglia dietro di sé ha solo amici, pazienti, parenti di pazienti e un’idea.

Non vogliamo mollare, i ragazzi hanno retto anche questo colpo, ci dimostrano che il lavoro è stato davvero terapeutico, fortificandoli al punto che hanno retto la perdita del lavoro.

Anche perchè si aspettano una riapertura.

Abbiamo dimostrato che il lavoro è fondamentale nel percorso di cura di persone che hanno diagnosi severe e che da anni sono in compenso e vivono una vita degna e autonoma.

Abbiamo dimostrato che si può partire senza uno sponsor, contando sul nostro entusiasmo e sui tanti amici che ci hanno creduto insieme a noi. Nessuno di loro c’entrava nemmeno indirettamente con il mondo della psichiatria. Chi ha conosciuto il Caffè Basaglia ha cambiato la propria idea della malattia mentale ed è ancora lì con noi, a cercare soluzioni.

Del direttivo solo due persone sono del mestiere, uno psichiatra e un’infermiera del DSM, le altre venti che si sono alternate fanno tutt’altro mestiere.

I soci del circolo, 4.500, sono la platea sensibilizzata negli anni, quelli che ci aiutano a proseguire questo progetto che si colloca tra la cura, l’esperienza umana, l’impresa sociale, la valorizzazione di quel grande capitale umano che sono le relazioni tra le persone.
Siamo un ponte, fragile, ma duraturo, che cammina sulle gambe delle donne e degli uomini che sanno osare in maniera un po’ folle.

Aiutiamo insieme G., F., C., R. e tutti gli altri.

Dott. Ugo Zamburru
Psichiatra

Per sostenere l’iniziativa
“Caffè Basaglia” su Facebook

E-mail: baires76@hotmail.com