I biosimilari e le differenze di adozione in un viaggio tra i Paesi europei

di Maria Rosa De Marchi

I biosimilari dei farmaci per il trattamento del cancro sono disponibili in Europa da ormai un decennio. A partire dall’approvazione del primo biosimilare, avvenuta in Europa nel 20061, molta strada è stata fatta. Negli ultimi anni, in particolare, sono stati immessi in commercio i biosimilari degli anticorpi monoclonali del trastuzumab (per il trattamento del cancro al seno HER+), del bevacizumab (per il trattamento del cancro al colon, ai polmoni, del glioblastoma e del carcinoma delle cellule renali), e del rituximab (per il trattamento di alcuni linfomi diffusi a grandi cellule B).

I biosimilari presentano difficoltà intrinseche rispetto ai “cugini” generici: la complessità del prodotto biologico li rende complicati da sviluppare e produrre e dal momento che non sono esattamente uguali al farmaco originatore, la loro adozione per nuovi pazienti o il cambio di terapia sono diventati argomenti caldi all’interno della comunità scientifica.

Le strategie europee nell’utilizzo dei biosimilari

Gli approcci alla gestione dei biosimilari per quanto riguarda prezzi e rimborsi sono differenti in Europa: gli stakeholder incentivano l’utilizzo dei biosimilari in ragione dei possibili risparmi sul lato economico. Uno studio recente su 24 stati (20 Paesi dell’Unione Europea, più Islanda, Norvegia, Russia e Serbia) ha mostrato che molti biosimilari non sono accessibili in modo uniforme: solo in Germania sono stati approvati tutti i biosimilari sviluppati3.

A livello ospedaliero in tutti i Paesi si utilizzano gare, sia a livello nazionale che di singolo ospedale; nella maggior parte dei paesi, il farmaco originatore e il biosimilare possono essere sottoposti a una valutazione di prezzi interna per fissare un livello comune di rimborso. In alcuni, sono previsti incentivi per i medici che prescrivono i biosimilari; ad esempio, in Francia, i medici sono incoraggiati a prescrivere almeno il 20% di biosimilari dell’insulina glargine a livello ambulatoriale e in Belgio i medici sono incoraggiati a prescrivere almeno il 20% di biosimilari a pazienti che devono iniziare delle terapie3. In Italia ai farmaci biosimilari viene attribuito un prezzo in media il 20% inferiore rispetto al farmaco originatore3.

I biosimilari rappresentano il segmento di mercato più in crescita nel mercato farmaceutico attuale. Si  prevede una crescita dal 25% delle vendite globali nel 2017, al 31% nel 20242. Nei prossimi anni scadranno i brevetti di almeno otto altri farmaci biologici usati in oncologia: le prospettive porterebbero a risparmi sostanziali dei sistemi sanitari e la speranza di poter stanziare più fondi per l’accesso dei pazienti ad altre terapie. Con l’entrata in commercio dei farmaci biosimilari si aprono nuove opportunità di risparmio per un numero sempre più alto di farmaci biologici per il cancro. Ad oggi, l’adozione dei biosimilari non è stata uniforme in Europa. Alcuni Paesi si sono portati avanti; in molti Paesi, però, tra cui quelli con budget sanitari modesti, il processo di adozione si sta rivelando molto lento, come sostiene un articolo di Cancer World, la testata pubblicata dalla European School of Oncology.

Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology si è occupato dell’adozione in Europa dei biosimilari del rituximab, per il trattamento dei pazienti affetti da Linfoma non Hodgkin e ha mostrato differenze sostanziali in 5 Paesi (Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito). Il trattamento con biosimilari è stato approvato in Europa all’inizio del 2017 ed è aumentato dal 7% al 35% da Luglio 2017 e Settembre 2018, ma con differenze tra i Paesi: l’utilizzo dei biosimilari era, nel terzo quadrimestre del 2018, al 72% in Germania, al 62% nel Regno Unito e decisamente inferiori negli altri tre Paesi: 47%, 32% e 30% rispettivamente per Francia, Italia e Spagna.

Parte delle differenze possono essere ricondotte all’atteggiamento dei clinici nei confronti dei biosimilari e nelle loro decisioni prescrittive, sulla base delle valutazioni cliniche o sulla personale percezione dei biosimilari come alternativa valida al farmaco originatore.

E in Italia?

Il dibattito sulla sostituibilità è vivissimo in Italia. È di pochissimi giorni fa la notizia che il Tar della Toscana ha respinto il ricorso contro la delibera regionale sull’utilizzo dei farmaci biosimilari che era stato presentato da alcune case farmaceutiche. L’atto, approvato dalla giunta nell’aprile scorso, fissava, in sintonia con le indicazioni dell’AIFA, un percorso di accesso a questa tipologia di farmaci, garantendo insieme efficacia e qualità delle cure, autonomia del medico e sostenibilità del sistema sanitario regionale. Il Tar nella sua sentenza riconosce come “il medico non possa essere del tutto libero nella prescrizione, senza avere condizionamenti di sorta in ordine al costo della terapia, dovendosi invece raggiungere un punto di equilibrio tra la tutela delle prerogative del medico e dei diritti del paziente e le esigenze di ottimizzazione della spesa pubblica sanitaria”. Una delle questioni principali esaminate dal Tar era la previsione dell’atto regionale che nei casi in cui il medico che prescrive il medicinale ritenga opportuno per motivi clinici continuare ad utilizzare il farmaco “originator”, potrà farlo motivando la sua scelta con criteri basati sulla evidenza clinica. A questo link è possibile leggere la sentenza del Tar.

Le posizioni di EMA e AIFA

Va ricordato, a questo proposito, quanto si può leggere nel documento Biosimilars in the EU, redatto dalla European Medicine Agency (EMA) e dalla Commissione Europea: i biosimilari sono approvati secondo gli stessi standard di qualità, sicurezza ed efficacia che si applicano a tutti i farmaci biologici. L’obiettivo dei biosimilari è dimostrare alta somiglianza in termini di struttura, attività biologica ed efficacia, sicurezza e profilo immunogenico. L’EMA non regola l’interscambiabilità e la sostituzione di terapia di un farmaco originatore con il suo biosimilare, perché questo è lasciato a ciascun Stato membro1.

In Italia l’AIFA, così come ribadito nel secondo position paper sull’argomento, chiarisce che “considera i biosimilari come prodotti intercambiabili con i corrispondenti originatori di riferimento. Tale considerazione vale tanto per i pazienti naïve quanto per i pazienti già in cura”. Secondo la posizione dell’Agenzia Italiana del Farmaco, “il rapporto rischio-beneficio dei biosimilari è il medesimo di quello degli originatori di riferimento, come dimostrato dal processo regolatorio di autorizzazione”. Inoltre, si può leggere nelle conclusioni del position paper, “in considerazione del fatto che il processo di valutazione della biosimilarità è condotto, dall’EMA e dalle Autorità regolatorie nazionali, al massimo livello di conoscenze scientifiche e sulla base di tutte le evidenze disponibili, non sono necessarie ulteriori valutazioni comparative effettuate a livello regionale o locale”4.

Bibliografia

  1. Biosimilars in the EU. Information guide for healthcare professionals. European Medicines Agency, 2019. Disponibile su: https://www.ema.europa.eu/en/documents/leaflet/biosimilars-eu-information-guide-healthcare-professionals_en.pdf
  2. EvaluatePharma®, 2018 https://www.evaluate.com/thought-leadership/pharma/evaluatepharma-world-preview-2018-outlook-2024
  3. Health at a Glance: Europe 2018. Disponibile su: https://ec.europa.eu/health/sites/health/files/state/docs/2018_healthatglance_rep_en.pdf
  4. Secondo Position Paper AIFA sui Farmaci Biosimilari. Disponibile su: http://www.agenziafarmaco.gov.it/sites/default/files/2_Position-Paper-AIFA-Farmaci-Biosimilari.pdf