La valutazione multidimensionale geriatrica nelle terapie oncologiche

Come si può notare anche dai dati AIOM 2018 sui numeri del cancro in Italia, l’incidenza delle forme tumorali aumenta all’aumentare dell’età, e a causa all’invecchiamento demografico a cui stiamo assistendo a livello mondiale possiamo aspettarci con sufficiente certezza che i numeri delle patologie oncologiche da trattare in ambito geriatrico andrà aumentando sempre di più nei prossimi anni, seguendo un trend ormai consolidato.

Negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, si stanno studiando nuovi approcci al problema, allo scopo di razionalizzare le risorse ma anche e soprattutto di mantenere una qualità della vita più elevata possibile, e più a lungo possibile, anche nei pazienti più fragili, cercando un equilibrio con lo stile di vita precedente alla diagnosi, lo stato di salute pregresso e le varie opzioni terapeutiche che si presentano nel momento in cui si decide di rinunciare alle terapie oncologiche più tossiche e invasive. Queste ultime possono peggiorare in maniera inaccettabile per il paziente la sua qualità di vita, o addirittura accelerarne il decesso, se il suo fisico non è in grado di sopportare una terapia standard.

Lo strumento che permette di ricercare un equilibrio – tra i molti fattori da considerare quando si cerca di disegnare una terapia a modello di paziente in ambito geriatrico – è un’apposita valutazione multidimensionale e multidisciplinare che include anamnesi e visita complete, un incontro con un fisioterapista, una valutazione psicologica e un esame delle facoltà cognitive. Inoltre vengono raccolte informazioni sulle attività che il paziente svolge durante la giornata, sulle sue relazioni sociali e sui suoi obiettivi di vita, per poter studiare una terapia che tenga conto anche delle sue abitudini quotidiane e delle sue necessità pratiche. Il medico tiene in considerazione ogni fattore e stila una valutazione per ogni paziente, su cui basarsi nel processo decisionale da affrontare in ogni fase della terapia.

Nel caso di terapie particolarmente tossiche come la chemioterapia, cicli lunghi e pesanti possono lasciare il paziente fragile o affetto da comorbilità in una situazione complessiva peggiore di quella iniziale, sempre che non presentino esiti invalidanti o addirittura fatali. Nel caso di pazienti anziani, ad esempio, può essere utile valutare la radioterapia, una terapia farmacologica o altre soluzioni non invasive, che non punteranno alla guarigione, ma a mantenere uno stile di vita che soddisfi le necessità dell’individuo per il lasso di tempo più ampio possibile, senza fare danni al suo fisico, magari già debilitato, o correre rischi che non porterebbero in realtà ad alcun beneficio concreto.

Nonostante sia stata dimostrata la sua efficacia, questo approccio è ancora poco conosciuto e condiviso dalla comunità medica, anche se sono sempre di più gli oncologi che lavorano in ambito geriatrico a adottarlo e parlarne ai colleghi. Purtroppo, come spiega a NPR Otis Brawley, professore di Oncologia ed Epidemiologia alla Johns Hopkins University di Baltimora, molti medici hanno timore di applicare questo metodo, poiché si sono formati professionalmente con la convinzione di dover curare a ogni costo il paziente; mentre questo approccio spesso va nella direzione contraria, portando il medico a sconsigliare terapie ritenute tradizionalmente le più efficaci e sicure nel rapporto beneficio/rischio. Purtroppo, spiega ancora Brawley, non essendo un approccio condiviso dalla maggioranza degli oncologi, spesso un paziente che si vede sconsigliare un ciclo di terapie finisce per rivolgersi a un altro medico, che gliele prescriverà nonostante non sia stata fatta una valutazione completa ed equilibrata, magari accelerando il decesso.

L’età, senza una comprensione organica del contesto in cui la si vive, è solo un numero, che risente di molti altri fattori che possono influenzare i processi decisionali degli operatori sanitari. La letteratura è ricca di studi che forniscono test, buone pratiche e linee guida che possono aiutare i medici nell’introduzione di questo approccio nella loro pratica clinica. Purtroppo, però, questo tipo di valutazione ha anche lati negativi: il più difficile da affrontare è quello del tempo. Una valutazione completa richiede infatti almeno due ore, e per quanto sia stato stabilito che “il tempo della comunicazione è tempo di cura”, spesso è materialmente difficile avere a disposizione tale monte di ore da impiegare in una valutazione preliminare.


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