pronto soccorso

Pronto Soccorso, non parcheggio

di Luca Mario Nejrotti

I tempi di attesa in Pronto Soccorso, prima del ricovero in ospedale sono spesso tragicamente lunghi, con danni per i diretti interessati, ma anche per i pazienti d’emergenza.

Tra cure e parcheggio.

Aspettare a lungo un letto di degenza è una situazione piuttosto comune negli USA come in Italia (vedi). Da una parte i Pronto Soccorso sono sovraffollati, dall’altra l’organizzazione interna degli ospedali rallenta la messa in disponibilità dei posti letto, trasformando le unità d’emergenza in reparti di degenza temporanea.

Il problema dell’attesa superiore alle due ore, negli USA, è passato dal 57% nel 2009 al 66% (vedi), configurandosi come parte di una “crisi nazionale” che colpisce l’assistenza di emergenza.

Aspettare un letto d’ospedale può essere esasperante per i pazienti e le loro famiglie, provoca confusione e disorientamento, sfociando a volte nell’aggravarsi delle patologie o nella comparsa di nuove. Gli studi statunitensi associano il “parcheggio” nelle unità di emergenza con ritardi nella somministrazione di antidolorifici e antibiotici, degenze prolungate, maggiore esposizione a errori medici, trattamento ritardato per infarto e persino aumento della mortalità.

Non è un problema legato all’efficienza del Pronto Soccorso.

Il pronto soccorso può essere straordinariamente efficace nella diagnosi e nel primo trattamento. Tuttavia, se non è possibile uscirne, cioè se non c’è nessun reparto dove i pazienti ammessi possano andare, l’intera operazione si impantana e le cure di tutti ne soffrono.

La ragione principale, negli USA come da noi, è la disponibilità di posti letto: negli Stati Uniti, dal 1975 il numero di ospedali è diminuito del 30%. Vale a dire più di 1.500 ospedali chiusi, con mezzo milione di posti letto persi. Tutto questo a fronte di un aumento delle visite di Pronto Soccorso annuali di quasi 50 milioni dal 1995. Ciò nonostante, i posti letto potrebbero essere sufficienti, con una gestione più oculata delle procedure e dei trattamenti.

Gestione dei rimborsi.

Negli USA il problema è legato all’impostazione del sistema sanitario: le assicurazioni stabiliscono i parametri su quanto vengono pagati gli ospedali, dal trattamento della polmonite alla neurochirurgia. I tassi di rimborso hanno fortemente favorito le procedure invasive come la chirurgia, la colonscopia e il cateterismo cardiaco, mentre la semplice gestione delle patologie mediche in ospedale è molto meno redditizia. Per questa ragione, gli ospedali statunitensi operano al 65% circa della propria capacità d’accoglienza, dando la priorità a queste procedure e ai pazienti postoperatori che necessitano di ricovero in ospedale. Un’impennata nei pazienti post-operatori che necessitano di letti d’ospedale significa meno letti per i pazienti dal Pronto Soccorso, il che crea un collo di bottiglia e porta al “parcheggio”. La variazione della domanda fa oscillare gli ospedali tra sovraffollamento e sottoutilizzazione.

Efficienza.

Alla fine, la buona notizia è che dovrebbe bastare il miglioramento dell’efficienza generale a risolvere il sovraffollamento dei Pronto Soccorso: l’equa distribuzione dei posti letto tra le specialità, l’incremento del personale nella notte e nei festivi e una migliore gestione delle dimissioni.

Sul piano istituzionale occorrerebbe una riforma del sistema dei rimborsi e una legislazione che sancisca la durata massima di permanenza in Pronto Soccorso per i pazienti in attesa di un letto in degenza, con incentivi e sanzioni per le strutture sanitarie, come avvenuto in Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Canada.

Senza la necessità di costruire ulteriori strutture ospedaliere.

 

Fonti.

https://www.npr.org/sections/health-shots/2019/11/30/783278033/opinion-emergency-rooms-shouldnt-be-parking-lots-for-patients?t=1575964198905

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_notizie_3849_listaFile_itemName_2_file.pdf