La rivoluzione dei pronomi deve riguardare anche le professioni sanitarie

di Luca Mario Nejrotti

Con l’aumentare delle professioniste in campo sanitario, si propone il problema di quale pronome, personale e possessivo, usare quando non si conosce il genere del medico a cui ci si riferisce.

Chi parla male pensa male.

Può sembrare l’ultimo dei problemi nel lungo e accidentato percorso per il conseguimento delle reali parità, sessuale e di genere; se paragoniamo la questione dei pronomi al diritto a salari omogenei, a non subire discriminazioni, a essere trattati con il rispetto dovuto a ogni essere umano,  essa può sembrare poca cosa, eppure le rivoluzioni culturali non possono avvenire senza cambiamenti nel linguaggio e di conseguenza nel pensiero.

Il problema è particolarmente sentito negli ambienti anglosassoni, dove vi sono anche siti internet con suggerimenti su come condurre rapporti lavorativi rispettosi, per esempio condividendo, durante le presentazioni a un incontro di lavoro, il proprio nome e i pronomi con cui si preferisce essere indicati (vedi).

Sanità.

In medicina, finora, si è utilizzato il genere maschile nelle frasi generali o quando non si conosceva il genere della persona di cui si parlava, perché era maggiore il numero di maschi nel settore, ma già ora le cose non sono più così e in futuro si potrà avere un numero maggiore di donne rispetto agli uomini, senza entrare nel campo delle sempre più fluide definizioni di genere.

In un articolo pubblicato su BMJ (Vedi) l’autrice propone che, in attesa di una soluzione pronominale migliore, come l’uso del “loro”, nel dubbio si utilizzino i pronomi femminili, in modo da “erodere” un po’ della predominanza maschile.

Si tratta, per ammissione della stessa autrice, di una presa di posizione provocatoria, un modo per “inviare un messaggio e aprire le menti”.

Secondo l’autrice, prima di passare a pronomi neutri, le donne si meriterebbero almeno un poco di “predominanza pronominale”.

Basti pensare al famoso indovinello nel quale, in un incidente grave che coinvolge padre e figlio, il primo muore e il secondo viene portato in gravi condizioni in pronto soccorso per essere operato; quando il chirurgo entra in sala operatoria e lo vede grida “Non posso operare: quel ragazzo è mio figlio”. Pare che ancora oggi moltissime persone non siano in grado di capire che il medico è la madre del ragazzo.

Effettivamente, se un indovinello così elementare può mettere in difficoltà tante persone, forse c’è davvero necessità di una rieducazione delle masse.

Pronomi rivoluzionari.

L’uso dei pronomi femminili per i dottori costringerebbe tutti, regolarmente, a fare i conti con il fatto che le donne possono essere medici. Un primo passo da cui poi passare a promuovere i pronomi senza genere, sempre nella speranza che la rivoluzione linguistica si traduca davvero in una società da un lato più rispettosa delle diversità degli individui e dall’altro attenta al nostro patrimonio comune piuttosto che alle nostre specificità.

Fonti.

https://www.mypronouns.org/asking

https://www.bmj.com/content/367/bmj.l6565