Pet-Therapy: gli animali che curano

di Luca Mario Nejrotti

Con la pet-therapy, sempre più animali trovano impieghi terapeutici negli ospedali e in altri contesti di cura.

Il più fedele terapeuta dell’uomo.

I cani sono l’animale da terapia più comune. Proprietari o gestori e i loro cani sono generalmente approvati da un’organizzazione riconosciuta per i cosiddetti “interventi assistiti da animali”. Nel Regno Unito, per esempio, vi sono importanti programmi di terapia a livello nazionale.

Coccolare o avere intorno un cane può beneficiare molteplici tipi di pazienti, da quelli con disturbi neurodegenerativi a quelli con patologie croniche e debilitanti.

Per i bambini, poi, la presenza di un animale ha spesso un effetto tranquillizzante prima di un esame o una terapia.

I gatti possono sembrare inadatti.

Contro ogni aspettativa, poiché i gatti possono sembrare inadatti a questo tipo di lavoro, vi sono applicazioni anche per alcuni felini, anche se in proporzione bisogna ammettere che sono molto più rari.

Non tutti i gatti sono troppo distaccati, solitari o antisociali a quanto pare e l’effetto di un gatto accoccolato sule gambe è estremamente efficace.

I gatti possono essere molto interattivi e affettuosi e proprio la loro continua richiesta di attenzione e delicatezza può avere un ruolo chiave in diverse terapie.

I cavalli sono all’altezza.

Cambiando dimensioni e approccio si possono prendere in considerazione gli equini non solo per le terapie comportamentali, a cui siamo più abituati, anche per i pazienti allettati la visita di un cavallo può essere di beneficio, inoltre: “I cavalli sono la giusta altezza per i pazienti a letto” e hanno il fascino dell’essere insoliti (vedi).

Anche i cavalli nani trovano applicazioni, in particolare nell’alleviare l’umore dei pazienti.

Non si deve pensare che qualunque animale possa essere impiegato: i programmi hanno regole strette per garantire il benessere e la sicurezza non soltanto dei pazienti, ma anche delle bestie terapeutiche. Quindi possono essere coinvolte solo le specie domestiche come cani, gatti, equidi, specie di allevamento, porcellini d’India, uccelli domestici e così via. Tra gli uccelli, curiosamente, sono esclusi i pappagalli: generalmente hanno un temperamento troppo forte, sono spesso troppo rumorosi e non reggono bene lo stress.

Terapie selvagge.

In generale, gli animali selvatici, per quanto domati, non sono adatti, anche se molte organizzazioni li impiegano al di là dei protocolli. Il problema sono da una parte le interazioni con i pazienti, che possono presentare rischi sanitari o comportamentali, dall’altra le difficoltà legate al garantire il benessere e la serenità degli animali stessi.

Parallelamente, il servizio sanitario nazionale nel Regno Unito è diventato più aperto nel consentire alle persone la compagnia del proprio animale se lo desiderano. Psicologi, psichiatri e team di assistenza sociale e di salute mentale stanno esprimendo sempre maggior interesse.

Ovviamente, il controllo dell’igiene e delle infezioni deve essere la priorità, affermano gli esperti.

Regole.

Il Royal College of Nursing ha pubblicato un “protocollo per animali domestici” per cani in ambito sanitario, inclusa una guida per la gestione del rischio, che è stata accolta favorevolmente dalla British Veterinary Association.

Tra le altre cose, vi si afferma che i cani dovrebbero visitare i pazienti dopo che le ferite chirurgiche siano rimarginate e “solo a condizione che le ferite del paziente siano coperte”. Non dovrebbero essere autorizzati a leccare nessuno, né a sedersi completamente sul letto, specialmente non vicino al viso di una persona.

Oltre ai protocolli di sicurezza rigorosi, bisogna tenere conto del fatto che gli ospedali non sono ambienti pensati per essere facilmente vivibili dagli animali, che potrebbero essere messi a dura prova da sovraffollamento, ultrasuoni, pavimenti lucenti, rumori insoliti e odori strani.

Fonti.

https://www.bmj.com/content/367/bmj.l6771