Trend dei suicidi tra militari in servizio attivo negli ultimi 200 anni

È di qualche giorno fa la notizia del drammatico suicidio di una soldatessa in servizio per l’operazione Strade sicure nelle stazioni della metropolitana di Roma. La trentenne, arruolata da cinque anni, ha compiuto il tragico gesto con l’arma di ordinanza, chiusa in un bagno della stazione Flaminio dove aveva iniziato il turno mattutino poco prima. All’origine del gesto ci sarebbero ragioni personali.

Qualche settimana fa, JAMA ha investigato dal punto di vista storico il fenomeno dei suicidi tra militari in un arco di tempo di circa 200 anni, dal 1819 al 2017. Lo studio è la più estesa analisi di questo tipo di dati mai effettuata. I militari presi in considerazione sono quelli dell’Arma statunitense, e le conclusioni vanno quindi contestualizzate nella storia del Paese: uno dei risultati più significativi dello studio, infatti, ha mostrato come abitualmente i suicidi tra militari diminuiscano quando vi sono guerre in corso, ma i conflitti in Vietnam, Iraq e Afghanistan sembrano aver marcato una controtendenza. Indagando questi dati, lo studio cerca di distinguere le cause di lungo periodo da fattori a breve e medio termine, per comprendere – e cercare di contrastare – soprattutto il picco di suicidi in corso dal 2004 tra i militari statunitensi in servizio attivo, con punte che non venivano raggiunte dal periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. Per la prima volta, in questo studio vengono utilizzati dati provenienti dagli archivi storici dell’Arma per un approccio diacronico al problema, che possa dare un punto di vista inedito su una problematica oggi tanto urgente: conoscere il passato per comprendere il presente.

I dati vanno valutati in maniera critica, soprattutto quelli più vecchi, per i quali bisogna considerare non solo i fattori sempre presenti quando si tratta di suicidio, come l’incertezza nello stabilire la causa della morte, ma anche il contesto storico: nel periodo coloniale, ad esempio, il suicidio era un reato punito con il sequestro di ogni bene del suicida e il rifiuto della sepoltura in terra consacrata: per motivi come questo, non sempre si può essere sicuri che i dati siano corretti al 100%. Ad esempio, tra il 1829 e il 1839 i dati riportano solo 11 suicidi, un numero che desta molte perplessità; durante alcuni conflitti non veniva tenuta traccia di ogni militare caduto e delle cause della morte; durante altri, come la Guerra Civile, non era possibile tenere traccia di ogni decesso nonostante i tentativi; ancora più importante, la guerra mette a disposizione a chi ha istinti suicidari molti modi per porre fine alla propria vita senza farlo di propria diretta iniziativa. Molte informazioni sono però state raccolte da altri tipi di documenti, come lettere, articoli di giornale e memoriali, che hanno aiutato a ricostruire la situazione emotiva di molti rappresentanti delle forze armate che hanno (o che si sospetta che abbiano) deciso di togliersi la vita.

Ma la difficoltà nella raccolta e nel vaglio dei dati non ha impedito di giungere ad alcune significative conclusioni. Una delle principali è che il tasso di suicidi tra i militari ha un picco qualche tempo dopo la fine di un conflitto. Nonostante il ritorno a casa, infatti, molti dei soldati assistono durante le battaglie a scene disturbanti, di grande violenza, che possono lasciare strascichi a lungo termine.

La tendenza generale osservata è che il tasso di suicidi tra militari in servizio attivo sia calata nel corso del tempo, almeno fino alla guerra del Vietnam. Una differenza con i conflitti precedenti è la durata: questa guerra è durata infatti più di 17 anni, come anche la guerra in Afghanistan; entrambe come dicevamo in precedenza hanno marcato una controtendenza, insieme al conflitto in Iraq, rispetto alle guerre precedenti. Questa considerazione pone nuove domande da indagare con ulteriori studi, in primis se la durata del servizio attivo possa incidere direttamente sul numero di soldati che decide di togliersi la vita.

Anche i fattori non direttamente collegabili al conflitto che sono stati individuati nello studio meriterebbero approfondimento: ad esempio, se l’aumento di soldati appartenenti a minoranze (etniche o di genere) possa aver inciso sul numero di suicidi. Lo studio dunque, al momento attuale, non è in grado di prevedere un pattern che possa aiutare a prevedere eventuali aumenti nei tassi di suicidio dei soldati in servizio attivo, poiché la tendenza nelle ultime tre guerre è stata assai diversa da quella degli anni precedenti nei due secoli di cui si sono andati ad analizzare i dati. Ma lo studio ottiene comunque un risultato utile, che è quello di aprire a nuove strade, punti di vista e possibilità di dialogo sul tema del suicidio, problematica da considerare in maniera più completa possibile: anche alla luce delle tendenze nel corso della storia.