I pericoli dell’esposizione al particolato fine. Nuove conferme dalla Cina

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Se i livelli di particolato fine delle città cinesi scendessero fino alle soglie massime raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si potrebbero risparmiare qualcosa come centomila ricoveri annui per le sole cause cardiovascolari. Lo mostra uno dei due studi cinesi sul BMJ (1,2) che sono fra i primi ad analizzare su grande scala gli effetti dell’inquinamento da particolato fine (il PM2.5, cioè le particelle di diametro aerodinamico non superiore a 2,5 micrometri) in un paese non occidentale.

“Nei paesi sviluppati il nesso tra il particolato fine nell’aria e l’incidenza di malattie cardiovascolari è assodato, ma si sa meno sui paesi in via di sviluppo, in cui i livelli, le fonti, i percorsi e la natura delle sostanze inquinanti sono decisamente diversi”, premette Yonghua Hu, del Dipartimento di epidemiologia e biostatistica dell’Università di Pechino.

Gli studi condotti finora nei paesi a medio e basso reddito non sono molti e hanno dato risultati poco chiari. Perciò Hu ha allestito questa indagine sui nessi tra esposizione a breve termine all’inquinamento e ricoveri per cause cardiovascolari (1); in particolare su come, in oltre 180 grandi città cinesi, i livelli quotidiani di particolato fine fossero legati ai ricoveri del giorno negli ospedali cittadini per cardiopatia ischemica, insufficienza cardiaca, aritmie, ictus ischemico ed emorragico. 

L’esame dei quasi 9 milioni di ricoveri per disturbi cardiovascolari registrati nell’arco di quattro anni (dal 2014 al 2017) mostra che in effetti un nesso c’è: l’esposizione al particolato, anche a livelli inferiori agli attuali limiti regolatori, appare associata a un aumento dei ricoveri per tutte le principali malattie cardiovascolari tranne l’ictus emorragico.

In media, con ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo il rischio di ricovero in giornata per cardiopatie aumenta dello 0,26% (con piccole differenze tra le varie patologie considerate). Il rischio cresce di più con i primi aumenti, ai valori di inquinamento più bassi, e poi cresce più lentamente per aumenti ulteriori, fino a raggiungere un tetto a 250 microgrammi per metro cubo.

“La concentrazione media del PM2.5 nelle città indagate, nel periodo in esame, è stata di 50 microgrammi per metro cubo. Se assumiamo un nesso di casualità (cosa da fare sempre con cautela), le proiezioni ci dicono che ridurre l’inquinamento ai limiti stabiliti dall’OMS (una media annua di 10 microgrammi per metro cubo) ridurrebbe i ricoveri di quasi 100.000 persone all’anno”, conclude Hu.

Dongfeng Gu, della Chinese Academy of Medical Sciences di Pechino, ha indagato invece gli effetti dell’esposizione cronica al particolato fine sull’incidenza di ictus (2). Anche in questo caso, rimarca Gu, gli studi in Occidente hanno mostrato un maggior rischio di ictus anche per concentrazioni piuttosto basse di PM2.5, ma si sa poco sui paesi in via di sviluppo.

Il suo studio ha esaminato i dati su circa 120.000 persone senza storia di ictus in 15 province cinesi, seguite dal 2000 al 2015 nell’ambito di un’altra ricerca. Ha visto così che chi era nel quartile di esposizione più alto, rispetto al più basso (con una media nel periodo considerato <54,5 microgrammi per metro cubo, contro >78,2) correva un rischio di ictus maggiore del 50%, con aumenti sia per quello ischemico sia per quello emorragico. Per ogni 10 microgrammi per metro cubo di aumento delle concentrazioni medie, il rischio cresceva del 13%, con una relazione pressoché lineare tra esposizione e incidenza dell’ictus.

“Lo studio dimostra una relazione tra l’ictus e livelli cronici relativamente alti di particolato fine, coerente con quanto già emerso negli studi europei e nordamericani per esposizioni più basse, e permette di generalizzare quei risultati. La cosa è rilevante per le politiche ambientali e sanitarie non solo della Cina ma anche di altri paesi a medio e basso reddito”, conclude Gu.

Seppure a livelli meno estremi, l’inquinamento atmosferico continua peraltro a destare preoccupazioni anche da noi. Lo ha rimarcato pochi giorni fa l’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (OMCEO) della Provincia di Torino, riguardo in questo caso ai PM10, che a fine anno in città ha di nuovo toccato livelli preoccupanti. I pochi miglioramenti negli ultimi due anni sono dovuti essenzialmente all’aumento dei giorni di pioggia, rimarca l’OMCEO di Torino, e comunque nel periodo più critico, fra ottobre e marzo, le concentrazioni medie di PM10 non sono diminuite (3). Visto che lo smog è un chiaro fattore di rischio per la salute, occorre quindi affrontare il problema con serietà e tempestività.

 

Bibliografia

  1. Tian Y, Liu H, Wu Y, et al. Association between ambient fine particulate pollution and hospital admissions for cause specific cardiovascular disease: time series study in 184 major Chinese cities. BMJ 2019;367:l6572.
  2. Huang K, Liang F, Yang X, et al. Long term exposure to ambient fine particulate matter and incidence of stroke: prospective cohort study from the China-PAR project. BMJ 2019;367:l6720.
  3. Comunicato stampa OMCEO Torino. Inquinamento atmosferico, un danno per la salute: la preoccupazione dell’Ordine dei medici. Torinomedica.com, 2 gennaio 2020.