Gli studi sull’ipertensione pubblicati nel corso del 2019

Negli scorsi giorni, Medical News Today ha pubblicato un compendio che raduna le scoperte più interessanti del 2019 riguardanti l’ipertensione arteriosa, concentrandosi in particolare sull’alimentazione, sui fattori di rischio e sulle ricerche che indagano i rapporti tra ipertensione e demenza.

In Italia, i dati del Progetto Cuore dell’Istituto Superiore di Sanità, qui riportati dalla SIIS (Società Italiana Ipertensione Arteriosa) mostrano che circa un terzo della popolazione soffre di ipertensione. Essere ipertesi, ovvero avere una pressione sanguigna più alta della norma, significa affrontare un maggior rischio di attacchi cardiaci, ictus o altre patologie cardiocircolatorie e a carico di altri organi, e può sensibilmente ridurre la durata della vita. Nonostante sia stata osservata per la prima volta centinaia di anni fa, la ricerca effettua tutt’oggi nuove e utili scoperte, a volte sorprendenti: ad esempio, uno studio pubblicato a febbraio 2019 ha concluso che, negli individui di sesso femminile oltre gli 80 anni di età, avere una pressione sanguigna nella norma aumenta la mortalità rispetto alle ultraottantenni che hanno invece una pressione sanguigna considerata alta.

Il ruolo dell’alimentazione

È ormai acclarato che le scelte alimentari sono alla base del nostro stile di vita e della nostra situazione di salute complessiva. Per quanto riguarda l’ipertensione, regola aurea è assumere una quantità adeguata di frutta e verdura e, soprattutto, evitare i cibi che contengono molto sale e molti grassi.

Nel corso del 2019, la ricerca si è concentrata però su cibi specifici che possono essere utili per tenere sotto controllo la pressione sanguigna. Uno degli alimenti che, si è concluso, possono aiutare a ridurre il rischio di eventi cardiovascolari, sarebbero le noci, nel contesto però di una dieta altrimenti povera di grassi. È sempre da tenere in considerazione, però, che gli studi che promuovono (o demonizzano) l’assunzione di cibi specifici potrebbero essere viziati da pressioni di industrie od organizzazioni; si auspicano quindi ulteriori approfondimenti.

Un altro studio si è concentrato invece sulla spirulina (una biomassa essiccata che si ricava dalla raccolta della cosiddetta alga spirulina, e che può essere aggiunta artificialmente ad altri prodotti o essere assunta come integratore), di cui è già stata dimostrata l’efficacia nel trattamento dell’ipertensione, per indagare i meccanismi che la portano ad abbassare la pressione sanguigna: la ricerca ha scoperto che una proteina prodotta durante la digestione porta i vasi sanguigni a “rilassarsi”.

Conservanti, additivi e acqua

Uno studio dello scorso febbraio ha indagato i legami tra l’assunzione di cibo prodotto localmente e svariate problematiche di salute, tra cui l’ipertensione arteriosa; e ha concluso che sia possibile collegare questa patologia alla maggiore quantità di conservanti e additivi presenti nei cibi processati, per mantenerli freschi (e quindi vendibili) più a lungo. Chi mangiava prodotti “local”, infatti, dopo sei mesi di osservazione aveva ridotto il grasso addominale, la depressione e la pressione arteriosa sistolica.

Per quanto riguarda invece l’idratazione, recentemente un team di scienziati si è domandato se i minerali presenti nell’acqua che beviamo possano influire sulla pressione sanguigna. Lo studio ha preso in considerazione un campione di popolazione del Bangladesh in aree con diversa concentrazione di salinità – e quindi di sodio, che aumenta la pressione sanguigna – nell’acqua. La conclusione è stata che, nonostante l’assunzione di livelli di sodio anche alti, la contemporanea presenza di livelli di minerali dalle proprietà contrarie, quali calcio e magnesio, riequilibrava la pressione sanguigna, a volte addirittura abbassandola rispetto ai livelli riscontrati prima dell’assunzione.

Fattori di rischio

Alcuni fattori di rischio dell’ipertensione arteriosa sono già stati dimostrati con studi solidi. Si tratta ad esempio del consumo eccessivo di alcol, del fumo, dello stress, dell’obesità. Ma nuovi studi vengono intrapresi ogni giorno per ricercare altri fattori: poiché l’ipertensione è così diffusa, i fattori che la causano possono essere molti.

Nel corso del 2019 (come d’altronde succede spesso) sono stati pubblicati studi che hanno smentito l’ipotesi che alcuni fattori possano influenzare la pressione arteriosa, ma da essi sono sorte invece osservazioni che hanno portato a nuove domande e a nuovi studi per indagarne le risposte. Ad esempio, una ricerca che cercava una correlazione tra inquinamento dell’aria e ipertensione ha invece individuato un possibile collegamento tra quest’ultima e abitare in blocchi di appartamenti.

Una correlazione bizzarra è invece quella portata alla luce da uno studio di marzo che ha dimostrato come sia sconsigliato lavarsi i denti troppo spesso se si vuole evitare o ridurre l’ipertensione: questa pratica quotidiana infatti uccide i batteri “buoni” all’interno della bocca, impedendo da parte loro la produzione di ossido di azoto, utile per la salute dei vasi sanguigni. Anche la parodontite, malattie delle gengive, è stata associata a un aumento del 49% del rischio di ipertensione, come dimostrato da una revisione pubblicata a settembre.

Ipertensione e demenza

Qualche anno fa, una ricerca è riuscita a correlare ipertensione e demenza vascolare, un’associazione facile anche dal punto di vista logico: la demenza vascolare infatti è generalmente provocata da un ictus, di cui un fattore di rischio è per l’appunto l’ipertensione. Lo scorso giugno, però, un team di ricercatori ha pubblicato uno studio che sembra correlare l’ipertensione anche ad altri tipi di demenza, come l’Alzheimer. Un farmaco comunemente impiegato per il trattamento della pressione alta, infatti, è riuscito a rallentare la malattia grazie a un maggiore afflusso di sangue al cervello.

Altre ricerche hanno invece indagato le oscillazioni dei pattern della pressione sanguigna nel corso del tempo per individuare un possibile collegamento con l’insorgere della demenza. Ad esempio uno studio ha concluso che negli individui con maggiori oscillazioni la malattia progrediva più velocemente. Un altro ha individuato pattern specifici che permettevano di associare alcuni individui a un maggior rischio di demenza rispetto a quelli con una pressione sanguigna stabile nel corso della vita.

Con le tante domande che si aprono dopo la pubblicazione di ogni nuovo studio, indubbiamente la ricerca verrà proseguita, e approfondita, anche nel corso dei prossimi anni.