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Demenza e migrazioni

di Luca Mario Nejrotti

È in corso uno studio che dovrebbe gettare luce su come l’attuale scenario migratorio vada tenuto in conto nella gestione delle forme di demenza e disturbi cognitivi in Italia.

Il contesto.

L’invecchiamento della popolazione migrante, parallelo a quello della popolazione generale, costituisce un problema via via più impellente per i paesi occidentali e i loro sistemi sanitari.

La quantità di persone di origine straniera di 60 anni o più che vivono in Europa è quasi raddoppiato negli ultimi tre decenni.

È quindi logico aspettarsi che i migranti più anziani possano dover affrontare sempre più l’onere delle malattie croniche legate all’età, aggravate, spesso, da problematiche derivanti dal disagio sociale, culturale e sanitario. Sono quindi necessarie pratiche e politiche sanitarie sensibili alla diversità culturale per soddisfare le esigenze cliniche e sociali delle persone con una storia di migrazione.

Ostacoli.

La diversità culturale può complicare gli aspetti diagnostici, legati alla malattia. In primo luogo, il rilevamento della demenza in questi individui è spesso ostacolato dalla barriera linguistica, dal frequente ridotto livello di alfabetizzazione/istruzione e dalla scarsa disponibilità e diffusione di strumenti interculturali validi a supporto di test cognitivi affidabili.

Parallelamente, l’ambiente stesso in cui sovente vivono i migranti, soprattutto di prima generazione, può rimandare la ricerca di aiuto per i disturbi cognitivi. Come potenziale conseguenza, i migranti hanno una minore probabilità di ricevere una diagnosi e un trattamento per la demenza rispetto agli individui nativi (vedi).

Inoltre, una volta stabilita la diagnosi di demenza, i pazienti con un background migratorio frequentemente sperimentano un supporto e un’assistenza ridotti e un accesso difficile ai servizi sanitari. Gli individui di culture diverse possono avere convinzioni, percezioni e comprensioni diverse nei confronti della demenza e dei disturbi cognitivi con importanti implicazioni in termini di utilizzo delle risorse.

Infine, la maggior parte delle strutture per la demenza ha un’esperienza limitata con i pazienti migranti e con modelli di offerta di cure sensibili alle diverse culture. Questo rende l’accettazione e la gestione dei pazienti problematica.

Un problema pressante.

È interessante notare che la questione ha già raggiunto dimensioni rilevanti, considerando che è possibile stimare circa 475000 casi di demenza tra i migranti che vivono in Europa.
Sulla base di questi dati, stimare il fenomeno della demenza nei migranti e nei gruppi di minoranza, investigarne le caratteristiche e le sfide per attuare politiche sanitarie dedicate, costituisce una questione emergente e urgente per i paesi occidentali. Anche l’OMS ha compreso il trattamento delle persone vulnerabili, tra cui i migranti, nel Piano d’Azione Globale delle risposte di salute pubblica sulla demenza 2018-2025 (vedi).

Da questi presupposti, nel 2018 è nato il progetto “Demenza in immigranti e minoranze etniche che vivono in Italia: aspetti clinico-epidemiologici e prospettive di salute pubblica” (ImmiDem).

Questa iniziativa, che si concluderà nel 2021, mira a esplorare, per la prima volta, la rilevanza per la salute pubblica della demenza nella popolazione migrante che vive in Italia.

Tre percorsi integrati.

Tre sono gli obiettivi principali che saranno perseguiti dal progetto ImmiDem.

In primo luogo, verrà condotto un sondaggio su tutti i servizi di demenza italiani con questionari dedicati al fine di stimare e descrivere la proporzione e le caratteristiche dei migranti che cercano aiuto per i disturbi cognitivi. Accanto alla valutazione quantitativa del bacino d’utenza e dell’offerta di servizi, saranno studiati i diversi approcci clinici per la diagnosi di demenza e le difficoltà incontrate nella valutazione del funzionamento cognitivo e nella fornitura di assistenza in questi gruppi di individui.

In secondo luogo, saranno condotte procedure di collegamento dei dati raccolti regolarmente nei sistemi regionali di informazione sanitaria al fine di identificare e monitorare le persone migranti con demenza, concentrandosi sulla regione Lazio.

In terzo luogo, saranno identificati e promossi percorsi di coordinamento dell’assistenza nazionale e locale su misura e/o buone pratiche dedicate ai migranti affetti da demenza e disturbi cognitivi.

Un primo passo.

Il progetto ImmiDem rappresenta la prima iniziativa volta a caratterizzare la questione della demenza tra migranti e minoranze etniche in Italia. Si tratta di un primo passo, costituito da approcci di ricerca quantitativi e qualitativi, che consentirà di esplorare questo problema in modo multidimensionale, partendo dal territorio ed evidenziando possibili disparità a livello locale.

Gli autori, però, ammettono le difficoltà intrinseche all’ambito stesso delle migrazioni, fenomeno che sfugge spesso alle definizioni qualitative e quantitative precise.

A questo proposito, la scarsa adesione dei servizi di demenza al sondaggio potrebbe rappresentare un rischio potenziale per il progetto: la questione della demenza nei migranti potrebbe essere sottorappresentata a livello dei servizi di demenza in Italia e, quindi, solo parzialmente risolta dal progetto ImmiDem.

Fonti.

https://bmjopen.bmj.com/content/10/1/e032765

https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/259615/9789241513487-eng.pdf;jsessionid=801C3EC113818361116A312113E7CAC6?sequence=1