Guerra e Ebola

di Luca Mario Nejrotti

Dopo un primo annuncio ottimista delle autorità congolesi, che prevedeva l’uscita dall’emergenza entro il 2019, nuovi fatti di sangue hanno impedito un intervento efficace degli operatori sanitari.

Guerra e malattia.

Ne abbiamo parlato più volte (vedi, vedi e vedi) ed è chiaro: il più grave ostacolo alla risoluzione dell’emergenza sanitaria nel nord del Congo è la guerra.

I fatti di sangue del 28 novembre, con uomini armati non identificati che hanno lanciato una serie di attacchi agli uffici e agli alloggi di diverse squadre di operatori sanitari impegnati contro l’ebola, uccidendo tre lavoratori e costringendo decine di altri a evacuare, mostrano come il diffondersi della malattia faccia parte di una più complessa strategia politica e militare. Il risultato è stato che, nel giro di pochi giorni, le nuove infezioni da Ebola erano in aumento.
È stata solo l’ultima battuta d’arresto in un focolaio che si è rivelato diabolicamente difficile da contenere in quanto si è sviluppato in una parte del Congo con una lunga storia di conflitti tra il governo e più gruppi armati. Da quando l’epidemia è stata dichiarata il 1° agosto 2018, oltre 3.300 persone sono state contagiate dall’Ebola; si tratta dell’epidemia peggiore mai registrata in Congo, e la seconda peggiore nella storia umana dopo quella che ha coinvolto tutta l’Africa occidentale tra il 2013 e il 2016.

Strategie diverse.

Sono diverse, ma legate da un filo comune le strategie che cinque esperti, intervistati da NPR (vedi), propongono per il futuro.

Per la dott.ssa Marie Roseline Belizaire, coordinatrice sul campo dell’OMS, è fondamentale garantire la sicurezza degli operatori sanitari e la loro presenza, in particolare nei luoghi di massima diffusione del virus. L’intervento tempestivo è fondamentale, come pure la permanenza sul posto, ma senza la sicurezza per la propria incolumità gli operatori possono eseguire interventi-spot di poche ore sul campo e fare poco.

Se la sicurezza resta il tema fondamentale, il come garantirla viene declinato in modi diversi.

Presenza militare.

Secondo David Gressly, coordinatore dell’ONU per la risposta all’emergenza dell’epidemia in Congo, è necessario che l’ONU e il governo del Congo rafforzino la sicurezza sia dei soccorritori sia della popolazione in generale, con maggiori truppe armate.
Al contrario, per Brian Moller, coordinatore di emergenza per il gruppo di aiuti Medici senza frontiere nella provincia del Nord Kivu, dove il focolaio è stato più intenso, l’impulso a rafforzare le guardie armate è “comprensibile”, tuttavia, rischia di avere l’effetto opposto, specialmente se le guardie sono di stanza presso o vicino a strutture sanitarie, o utilizzate come scorta per i soccorritori dell’Ebola.

Infatti, dopo anni di abusi da parte delle forze armate del Congo, la popolazione locale è già diffidente anche vista la scarsa protezione finora ottenuta. Il vedere gli operatori sanitari allineati con le forze di sicurezza, potrebbe far aumentare la sfiducia che esiste già intorno all’Ebola.

Rafforzamento del sistema sanitario locale.

Per il dott. Mudama un passo falso all’inizio dell’epidemia è stato quello di impostare la risposta all’Ebola come uno sforzo ampiamente autonomo, piuttosto che incorporarla nella rete esistente di centri sanitari del Congo.
A breve termine, afferma, è più facile esternalizzare il lavoro di risposta all’Ebola a team temporanei specializzati. Tuttavia, a lungo termine, sarebbe molto più efficace rafforzare la capacità dei centri sanitari preesistenti di svolgere il lavoro di trattamento dell’Ebola: essenzialmente addestrandoli a fare gran parte del tracciamento dei contatti e della vaccinazione. Questo sarà fondamentale anche per la gestione delle possibili ricadute. In assenza di una risposta strutturata, si rischierà di riprecipitare nell’emergenza.

Il giallo degli ultimi attacchi.

Tutti concordano sulla tipologia mirata degli attacchi del 28 novembre e sul fatto che sia fondamentale scoprirne i responsabili.

Secondo il Dr. Jean-Paul Mundama, che monitora le malattie con potenziale epidemico per il Ministero della Salute del Congo, “Ogni volta che siamo vicini al controllo dell’epidemia, c’è stato un attacco che destabilizza le squadre di risposta. Quindi dobbiamo scoprire cosa sta provocando questi attacchi “.

Una volta scoperti, per Moller si potrebbe intervenire per stabilire un dialogo con i mandanti per ristabilire la fiducia nel sistema di cura e prevenzione, mentre per Gressly è fondamentale consegnare i responsabili alla giustizia per dissuadere gli attacchi futuri – dando l’esempio o semplicemente mettendo fuori gioco gli aggressori.

In ogni caso, poiché l’intervento sanitario in Congo smuove notevoli capitali, è anche possibile che le rappresaglie militari abbiano un movente economico.

Scenario confuso.

La guerra civile tra il governo e l’Alleanza delle Forze Democratiche complica tragicamente lo scenario: le offensive governative, spesso non coordinate, o almeno comunicate alle forze dell’ONU, scatenano rappresaglie che coinvolgono le popolazioni civili.

Del resto, il governo del Congo è riluttante a chiedere l’intervento di forze esterne e sta tentando di fronteggiare la crisi politica, militare e sanitaria in modo autonomo. Senza i risultati sperati.

Fonti.

https://www.npr.org/sections/goatsandsoda/2020/01/09/794675939/what-will-it-take-to-finally-end-congos-ebola-outbreak-in-2020?t=1578996362939