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Inferno e accademia

di Luca Mario Nejrotti

Continuano gli studi che mostrano come la vita dei ricercatori universitari sia un inferno per ritmi, pressioni, competizione e molestie.

Problema consolidato.

Come abbiamo già visto in precedenza (vedi e vedi), la vita dei ricercatori universitari è talmente funestata da pressione, bullismo e condizioni di lavoro disagevoli da essere di pregiudizio per i risultati lavorativi e la salute stessa delle persone coinvolte.

I dati più recenti, pubblicati da Nature (vedi) confermano la tendenza già osservata: un sondaggio di oltre 4.000 scienziati, in prevalenza ricercatori accademici operanti nel Regno Unito, ha dipinto un quadro funesto dell’ambito in cui lavorano, suggerendo ambienti altamente competitivi e spesso ostili che possono arrivare a danneggiare la qualità della ricerca, e la salute psicofisica degli operatori.

La stragrande maggioranza degli intervistati ritiene che la competizione abbia portato a condizioni di lavoro sfavorevoli e aggressive, e la metà ha denunciato di combattere contro depressione o ansia. Quasi i due terzi degli intervistati hanno riferito di aver assistito a bullismo o molestie e il 43% ha dichiarato di averlo subito in prima persona.

“Questi risultati dipingono un ritratto sconvolgente dell’ambiente di ricerca che tutti dobbiamo aiutare a cambiare”, ha affermato alla rivista Jeremy Farrar, direttore di Wellcome, un importante finanziatore di ricerca a Londra, che ha condotto lo studio con l’agenzia di ricerche di mercato Shift Learning. “Una scarsa cultura della ricerca alla fine porta a una scarsa ricerca.”

Problema globale.

È proprio il rapporto curato da Wellcome e pubblicato il 15 gennaio (vedi) a far comprendere la portata del problema: l’azienda sostiene circa 15.000 persone che lavorano nell’ambito della scienza in tutto il mondo e promuove una più ampia iniziativa volta a migliorare gli ambienti di lavoro scientifici. Competitività e pressioni per raggiungere l’eccellenza hanno creato una cultura preoccupante e non più sostenibile.

A fronte dell’entusiasmo generale dei ricercatori, la maggior parte ha riferito di provare orgoglio per le proprie istituzioni e passione per il proprio lavoro, dal rapporto risulta il prezzo elevato da pagare a livello personale. In ogni caso, la maggioranza ha accettato la pressione e le lunghe ore di lavoro come parte inevitabile dell’incarico. Due terzi degli intervistati hanno affermato di lavorare per più di 40 ore settimanali.

Del doman non v’è certezza.

Se gli svantaggi in passato potevano essere compensati, in parte, dalla posizione e sicurezza economica e dall’autonomia lavorativa, ultimamente i ricercatori hanno affermato che la situazione sta peggiorando: a malapena il 30% degli intervistati ha ritenuto che ci fosse sicurezza sul lavoro nelle carriere di ricerca.

La maggioranza incolpa il sistema di valutazione invalso negli ultimi decenni, che porta finanziatori e istituti a enfatizzare gli indicatori di performance e le metriche come il numero di pubblicazioni e i fattori di impatto delle riviste in cui i ricercatori pubblicano.

L’importanza di queste valutazioni è spesso portata al parossismo in modi che riducono il morale e incoraggiano i ricercatori a barare col sistema.  Una gestione meno asettica e più attenta alle sfaccettature della ricerca potrebbe ridurre il problema, ma viene applicata troppo raramente.

Una via percorribile, indicata anche da Wellcome potrebbe essere quella di inserire parametri qualitativi nelle valutazioni della ricerca, affiancando al “cosa è stato fatto” il “come è stato fatto”.

Fonti.

https://www.nature.com/articles/d41586-020-00101-9

https://wellcome.ac.uk/what-we-do/reports