L’approvazione dei farmaci da parte dell’FDA negli ultimi 35 anni

Un nuovo studio, pubblicato negli scorsi giorni su JAMA, ha mostrato che negli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni anni le procedure messe in atto dalla Food and Drug Administration per l’approvazione di nuovi farmaci sono diventate più veloci; ma ha anche messo in evidenza come tali approvazioni si siano basate, nel corso del tempo, su prove di efficacia sempre più deboli e meno convincenti. Di conseguenza, è aumentato il numero di farmaci disponibili sul mercato, ma è diminuito il numero di evidenze che essi siano sicuri ed efficaci.

“C’è stata una graduale erosione dei requisiti richiesti per l’approvazione da parte della FDA” ha commentato il principale autore dello studio, Jonathan Darrow, avvocato della Harvard Medical School’s Program on Regulation, Therapeutics and Law. Di conseguenza, medici e pazienti “non possono aspettarsi che i nuovi medicinali siano sensibilmente migliori di quelli vecchi”.

Dallo studio, che ha fatto grande scalpore negli Stati Uniti, è emerso ad esempio che quasi metà delle approvazioni concesse negli ultimi anni è stata basata su un solo studio cardine invece dei due o più che erano solitamente la norma. O ancora che il ricorso a “misure surrogate”, sostituzioni che dovrebbero portare presunti benefici ai pazienti, è aumentato. Per fare un esempio, nel caso dei trattamenti per il cancro,  si parla di misura surrogata nel caso un medicinale che ottiene una diminuzione nelle dimensioni dei tumori, ma non un miglioramento nella sopravvivenza dopo il trattamento.

Darrow e gli altri autori dello studio hanno analizzato le approvazioni concesse dalla FDA, le modifiche alle norme regolatorie, e l’aumento dei finanziamenti da parte dell’industria nelle revisioni periodiche dell’agenzia dal 1983 al 2018. I ricercatori riportano che il numero di nuovi farmaci approvati ogni anno è aumentato da una media di 34 degli anni Novanta ai 41 degli anni Dieci del Duemila, dopo una diminuzione fino a 21 negli anni Duemila. Ma, soprattutto, il dato più rilevante messo in luce dalla ricerca è che le approvazioni vengono concesse dalla FDA in tempi sempre più brevi. Nel 2018, l’intervallo di tempo medio necessario per valutare una domanda di approvazione era di poco più di dieci mesi, contro i quasi tre anni richiesti per le domande standard, e addirittura per le domande prioritarie, tra il 1986 e il 1992.

La riduzione dei tempi di approvazione è stato lo scopo principale di numerose modifiche messe in pratica a partire dagli anni Ottanta. Nel 1983, infatti, venne introdotto il cosiddetto Orphan Drug Act al fine di incoraggiare le case farmaceutiche a sviluppare trattamenti per malattie rare, tra le meno convenienti da produrre a causa della richiesta ridotta. L’FDA, grazie a questa normativa, può concedere l’approvazione anche se la valutazione si basa su studi con campioni poco numerosi, con standard qualitativi più flessibili.

Nel 1993, inoltre, in seguito alle proteste degli attivisti sieropositivi per la lentezza dei procedimenti, i produttori dovettero cominciare a pagare una tariffa per ogni domanda presentata. Solo in quell’anno l’FDA incassò 29 milioni di dollari, cifra che è arrivata a 908 milioni nel 2018. Secondo lo studio di Darrow, questa cifra è andata a coprire appena l’80% di quella necessaria a erogare la retribuzione dei dipendenti che lavorano alla valutazione dei farmaci. “Questo, però, rischia di mettere l’Agenzia al servizio dell’industria più che dei pazienti”, afferma Darrow.

L’ex vice sovrintendente dell’FDA Joshua Sharfstein, autore di un articolo a commento pubblicato su JAMA in concomitanza dello studio, commenta che se è vero che l’agenzia negli ultimi anni ha incrementato il numero di approvazioni concesse, è altrettanto vero che sono necessarie ulteriori modifiche che assicurino che le approvazioni siano concesse secondo principi a esclusivo beneficio dei pazienti. “Alcuni dei farmaci approvati negli ultimi anni sono ottimi” commenta. “Altri non lo sono affatto. E alcuni sono molto costosi.”

Nel suo articolo Sharfstein offre preziosi suggerimenti, come ad esempio una revisione dei protocolli dell’agenzia per stabilire quali siano efficienti e quali invece provochino principalmente un aumento dei costi delle cure mediche. “Abbiamo raggiunto un punto nel quale è necessario fermarsi e valutare se si possa fare meglio” conclude. “E io credo che si possa.”